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GRANDE MOSTRA AL GETTY

Il Barocco bolognese a Los Angeles

'Captured Emotions: Baroque Paintings in Bologna, 1575-1725': Una quarantina di capolavori nell’esposizione allestita dal 16 dicembre al 3 maggio con il museo di Dresda. Dai Carracci a Guercino, da Guido Reni a Cignani fra temi sacri e profani

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'Giuseppe e la moglie si Putifarre' di Carlo Cignani Los Angeles, 29 ottobre 2008 - Il 25 ottobre 1746 il re di Polonia e principe elettore di Sassonia Augusto III acquistò per 100.000 zecchini cento dipinti che provenivano dalla galleria di Francesco III d’Este, duca di Modena. Augusto il Forte era un grande collezionista e la raccolta di Dresda, già trent’anni prima, contava 3.500 pezzi. L’Elettore poneva le basi di quella che sarebbe diventata ed è tuttora una delle maggiori pinacoteche del mondo, ma la vendita delle raccolte estensi è anche una pietra miliare della storia del collezionismo italiano, fatta, come è noto, di luci e di tantissime ombre. Da Ferrara a Modena, da Modena a Dresda: alcuni dei maggiori capolavori del rinascimento e del seicento italiano giunsero nel palazzo barocco dello Zwinger, opera dell’architetto Matthäus Daniel Pöppelmann e dallo scultore Balthasar Permoser.

Il bombardamento di Dresda, che, nella notte del 14 febbraio 1945, scaricò sulla città una potenza di fuoco considerata superiore a quella di Nagasaki e di Hiroshima, risparmiò i quadri, custoditi nei rifugi segreti. E oggi, per ironia della storia, si ricongiungono alle opere di un museo di tutt’altra natura e tutt’altra origine, il Getty Museum del Getty Center di Los Angeles. La mostra raccoglie una quarantina di opere che, affiancate per la prima volta nella storia, creano un’impressione straordinaria (Captured Emotions: Baroque Paintings in Bologna, 1575-1725, Paul Getty Museum, Getty Center di Los Angeles, dal 16 dicembre al 3 maggio 2008). Cinque capolavori di Annibale Carracci di Dresda si riaffancano al San Sebastiano di Ludovico Carracci del Getty, otto tele di Guercino si radunano di nuovo insieme dopo secoli, e il Guido Reni della tarda età si misura col suo allievo più riluttante e misterioso, Simone Cantarini.

L’eccezionalità della mostra, al di là dell’accostamento inedito di due raccolte così distanti nel tempo e nella storia, ma egualmente ricche di ingegno collezionistico, bravura e passione comuni ai lontanissimi fondatori, sta nella qualità dei lavori. La scuola bolognese sembra svolgersi come un nastro luminoso che accoglie Raffaello e Tiziano, Tintoretto e Michelangelo, riforma e controriforma, lungo quel secolo che le diede la fama dell’Europa intera.

Temi sacri e scene profane si avvicinano in un unico racconto, toccando la profondità delle scritture e le meraviglie della pittura. Il Giuseppe e la moglie di Putifarre di Carlo Cignani è una delle opere più tarde della rassegna (1670-80), ma sembra gridare ancora, con lo squillare dei colori, l’abilità della concezione anatomica, la bellezza senza storia delle donna, quanto sia stato fatto, quanto sia ancora possibile fare, a Bologna, alla fine del Seicento.

Ed ecco infatti giungere i Sette Sacramenti di Giuseppe Maria Crespi, che Augusto III acquistò dalla collezione del cardinale Ottoboni di Roma, uno dei più intelligenti intenditori di pittura barocca italiana e protettore di Arcangelo Corelli. Crespi è sempre uguale, sia che dipinga per sé sia che lavori per un cardinale romano. Volti e ombre, ammiccamenti arguti e scene di popolo, povertà e ricchezza, tutti insieme, anno 1712, a dire che cosa è stata, che cosa è questa misteriosa pittura bolognese che nacque da una famiglia originaria di Cremona e poi si sparse, in tutto il mondo, capace di dire tutto: vita e morte, miracolo e strada. Via del Pratello, precisamente.

di Beatrice Buscaroli










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