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L’INTERVISTA

Louise Bourgeois, l’esorcista dell’arte
A Napoli la prima mostra italiana

Un ragno alto nove metri sovrasta i visitatori nel cortile d'ingresso. L’icona vivente dell’arte contemporanea, quella che trasforma i fantasmi dell'infanzia in incubi materici, è al Museo di Capodimonte fino al 25 gennaio

                                                                            di Olga Mugnaini

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Maman, 1999 di Louise Bourgeois Napoli, 11 novembre 2008 - Da Parigi a New York, dall’America all’Italia, dove tanti anni fa ha incontrato l’arte classica. Oggi, a 97 anni, Louise Bourgeois, la signora dei ragni, l’icona vivente dell’arte contemporanea che trasforma i fantasmi della sua infanzia in incubi materici e i suoi demoni in sculture, arriva per la prima volta nel Belpaese. Dopo le retrospettive di New York, Parigi, Londra, tocca ora al Museo Capodimonte di Napoli, dove sono esposte alcune opere realizzate appositamente per Napoli, tra cui Cell The last Climb (fino al 25 gennaio).

 

Francese di nascita e statunitense d’adozione, la Bourgeois vive a Manhattan dal 1938. Nella sua casa studio di Chelsea ha sfogliato e scandagliato i cataloghi con le opere del museo partenopeo e con iperboli che solo la mente di un genio può partorire, ha scelto e deciso quale testa mozzata potesse troneggiare accanto a Giuditta e Oloferne di Artemisia Gentileschi; o quale cuore trafitto da aghi — aghi che cuciono uno strappo e non che feriscono — dovesse accostare l’Apollo e Marsia di Ribera. Sessanta opere che comunque ruotano attorno al suo gigantesco maman in bronzo, un ragno alto nove metri che sovrasta i visitatori nel cortile centrale della Reggia partenopea all’ingresso del museo. E che simboleggia la madre. La madre protettiva, capace di diventare violenta per difendere i figli. Spaventosa, ma rifugio sicuro.

 

Louise Bourgeois non se l’è sentita di attraversare l’Oceano per assistere a questo omaggio dell’Italia alla sua arte. Ma anche a distanza ha voglia di parlare della sua vita spesa nel cercare una forma che racchiudesse il dolore, i traumi mai superati, i grovigli dell’anima, e quegli incubi che è possibile dominare solo se si afferrano alla gola, si guardano e si rinchiudono nella materia: marmo, tessuto, legno, metallo, materiali sintetici non importa. Tutto serve a trasformare storie personali in archetipi universali.

 

Signora Bourgeois, c’è chi dice che la sua arte è così impietosa da essere difficile da guardare in faccia. Ma creare, è gioia o dolore?
"L’arte è una forma di autoconoscenza. Mi aiuta ad allentare l’ansia, a capire perché sento nel modo in cui sento, perché reagisco a una persona o a una situazione in un determinato modo. E’ una maniera per vivere. Ogni giorno si deve accettare il passato e se non ci si riesce allora si diventa scultori. L’artista sacrifica la vita all’arte non perché lo voglia, ma perché non può fare altrimenti. Io credo che esorcizzare faccia bene. Nella vita ci sono momenti di grande difficoltà ma non abbiamo altra scelta se non quella di continuare ad andare avanti. Cauterizzare, bruciare per guarire. E’ come potare gli alberi. La mia arte è questo".

 

Lei ha attraversato un secolo di arte: da Duchamp a Leger, dalla Francia a New York, ha visto nascere e morire movimenti e tendenze. Cosa vuol dire essere artisti nel XXI secolo?
"I miei soggetti sono rimasti immutati, anche se le forme cambiano costantemente. L’arte riguarda le emozioni e le emozioni sono senza tempo e universali. E’ la forma che conta. Ed è sempre la forma che diamo alle nostre emozioni che muta continuamente. Di una cosa sono certa: l’uomo avrà sempre bisogno di esprimere se stesso".

 

La sua arte è una ricerca che parte dall’infanzia. Ma tutti si riconosco nella sua maman, nei suoi 'brandelli' di statue, nel suo guardare nell’abisso. Ciò vuol dire che siamo tutti tormentati anche se non ce ne rendiamo conto?
"Tutti abbiamo delle paure, tutti abbiamo desideri e fantasie, tutti siamo stati rifiutati e feriti nell’anima. Tutti siamo stati violenti e abbiamo sperimentato in qualche modo la violenza. Questo si ritrova nelle opere che faccio e le persone lo sentono".

 

Che effetto le fanno le sue opere esposte accanto a capolavori del passato?
"Vivo in un mondo di emozioni e so che non ho bisogno della storia per fare quello che faccio. L’arte viene dalla vita non dalla storia. Ed è raccontando la propria vita che si entra nella storia diventando senza tempo. Questo non vuol dire che io non sia come gli altri artisti, perché in realtà lo sono, e sono molto felice di essere in mostra al museo di Capodimonte".

 

Fra cento anni, cosa vorrebbe che il mondo ricordasse di lei?
"Vorrei che le persone dicessero “era un tipo che non si poteva classificare, etichettare, era un tipo indipendente. Spero che le persone continuino a guardare il mio lavoro, che lo sentano come un’esperienza e che in qualche modo ne siano cambiati".

Olga Mugnaini










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