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LA BIENNALE

A Venezia gli infiniti mondi dell'arte

Al via la 53ma edizione firmata Birnbaum. Linguaggi e generazioni a confronto nei vari padiglioni. L'esposizione sarà aperta dal 7 giugno fino al 22 novembre 

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Una visitatrice osserva 'Black Holes', l'opera di Anatoly Shuravlev (Ap/Lapresse) Venezia, 5 giugno 2009 - Si è scritto già quasi tutto di questa 53.ma edizione della Biennale, molto prima dei giorni della tradizionale vernice. In nome dell’imperativo di arrivare primi, anche senza aver visto nulla. Ma che importa, tanto non c’è nulla di nuovo da scoprire, quasi tutto déjà vu, cambiano solo titoli, dichiarazioni d’intenti, e naturalmente le opinioni. Marcel Duchamp l’aveva detto tanto tempo fa: sono gli osservatori che fanno i quadri. E se da tempo di quadri non se ne vedono molti, anche per questo l’affermazione duchampiana risponde tanto di più al vero.

 

La Biennale di Venezia resta comunque la Biennale per antonomasia, nonostante l’impressionante proliferazione di manifestazioni analoghe — una cinquantina — in tutto il mondo. E pazienza se ancora una volta si è preteso di caratterizzarla con un titolo inutile, ‘Fare Mondi’, scelto dal giovane direttore Daniel Birnbaum, che lo giustifica dicendo che «un’opera d’arte è più di un oggetto, più di una merce, essa incarna una visione del mondo e, se presa seriamente, può esser vista come un modo di fare un mondo». Non senza aggiungere, citando Nelson Goodman, che «il fare mondi, così come noi lo conosciamo, inizia sempre dai mondi già esistenti; il fare è un rifare».

 

Così, all’ingresso del Padiglione Centrale dei Giardini ci si trova subito di fronte ad un’ingombrante confusione di tele di sapore pop e barattoli di colore, della coppia Guyton e Walker, come ad ammonirci che si deve attraversare l’accumulo del già fatto per rielaborare forme e significati diversi. Che sarebbe vano cercare nelle frasi insipide di Yoko Ono, vedova Lennon, cui una giuria internazionale ha generosamente assegnato un Leone d’Oro (l’altro è andato al californiano John Baldessarri) per aver “rivoluzionato il linguaggio dell’arte”. Quando mai, ci si chiede. Ma subito poi si entra nel salone centrale occupato da una galassia di strutture architettoniche aeree, fatte di fili neri, una complessa ragnatela ispirata all’incredibile resistenza di quelle vere della vedova nera. E dalle serigrafie fumettistiche di Fahlstrom, scomparso nel ‘73, al dipinto del nostro De Dominicis che dieci anni fa ha lasciato interrotto un percorso creativo fatto di rigore, di pulizia formale, di intelligente rifiuto delle convenzioni, si passa ad Hans Peter Feldmann, col suo affascinante teatro di ombre che scorrono e si incrociano freneticamente sulla parete di una stanza buia, determinate da una moltitudine di piccoli oggetti comuni raggruppati su basi ruotanti. Si ritrova anche la ben nota coppia Gilbert & George, questa volta con la non invadente dichiarazione firmata di essere solo ‘sculture viventi’.

 

Dall’operazione concettuale alla pittura di sapore baconiano, di Pietro Roccasalva, alla sensibilissima unione di scrittura e disegno del russo Pavel Pepperstein, e a Blinky Palermo, scomparso nel ‘77, coi suoi richiami un po’ a Beuys, un po’ a Richter. Il gioco degli intrecci, delle relazioni fra maestri e allievi, un motivo caro a Birnbaum, va di pari passo con quello delle presenze ripetute lungo il percorso della mostra. Ironica e provocatoria quella di André Cadere, polacco d’origine, morto a Parigi nel ‘78. Quasi in ogni stanza ci si imbatte nelle sue barre rotonde di legno dipinte a strisce: un’ invasione dello spazio altrui con una presenza incongrua. Da questi segni minimali, alle ‘ricostruzioni’ dello storico gruppo Gutai degli anni Cinquanta: una tenda appena mossa da un ventilatore, una superficie nera traforata alla ‘Fontana’, un telo con impronte di scarpe che da terra s’arrampicano su una parete, una distesa di sabbia da cui spuntano delle luci, una tela con pittura gestuale, e via dicendo nella memoria di un’avanguardia che aveva fatto di tutto, dal quadro all’happening.

 

Un accumulo di materiali, immagini, oggetti, tribali e tecnologici, di George Adéagbo, del Benin, denunciano il passaggio dalla violenza coloniale alla finta benevolenza postcoloniale. Ben più inquietante la foresta notturna di fiori giganti, piante carnivore di un Eden mostruoso, di Nathalie Djuberg. Passando all’Arsenale, l’ingresso è dato da uno spazio senza luce, segnato dagli esili raggi di un’architettura luminosa, opera di Lygia Pape, seguito da una sala degli specchi giganti, alcuni infranti, allestita da Pistoletto. Poi il villaggio africano decontestualizzato del camerunense Pascale Marthine Tayou , i bastoni neri alla Magritte o alla Chaplin, che sembrano volare in alto su una parete, di Richard Wentworth, e il chiosco con offerta di caramelle e bustine di the, prodotti in Zambia, di Anawana Haloba, e più oltre il video bellissimo, tramato di luci misteriose di Grazia Toderi, per proseguire fino agli interventi ambientali al Giardino delle Vergini, con la palude nera di Lara Favaretto.

 

Nella continuità dei grandi spazi dell’Arsenale, più che ai Giardini, si apprezza l’eterogenea galassia di creazioni assemblate, un campionario abbastanza significativo dell’arte contemporanea. Sulla sezione italiana s’è già scritto un gran male, anche per la nomina politica dei curatori, oltretutto non proprio in linea, come critici, con le indicazioni dell’ufficialità internazionale. Chissà cosa ne penserebbe Marinetti, al cui ‘teatro di varietà’ è ispirato il Padiglione.

 

Biennale di Venezia: "Fare mondi"
Apertura: dal 7 giugno al 22 novembre
info: www.labiennale.org

di Claudio Spadoni










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