Con 'Import Export', Seidl si candida alla vittoria
Un film e un regista allergici alle convenzioni. Storia semplice e drammatica; scene di sesso che danno scandalo; personaggi che affrontano fame e povertà, rendono l'opera del regista austriaco una probabile candidata alla Palma
CANNES, 21 Maggio 2007 - In tempi di lavori clandestini, di emigrati dall'Est europeo, di scoperta delle loro radici culturali, ma anche di badanti, di sfruttamento del sesso e di poverta' diffusa nel cuore del continente ricco per eccellenza, il film austriaco 'Import Export' di Ulrich Seidl accende inevitabili polemiche e fa parlare per la rudezza provocatoria del linguaggio come per numerose scene di sesso esplicito interpretate da attori non professionisti, e quindi drammaticamente coinvolti nella finzione del set.
Cinque anni dopo aver messo a ferro e fuoco la Croisette con il suo lungometraggio d'esordio 'Dog Days' (presentato alla 'Semaine de la Critique'), Seidl si e' conquistato la fama di temperamento anarchico e allergico alle convenzioni del mercato come della censura.
55 anni, pluripremiato in molti festival, autore di una contestatissima 'Austria' in sei capitoli e di 'Jesus, You Know' che prendeva di mira la religione, Sedl racconta questa volta una storia incrociata di poverta' e solitudini sull'asse Austria-Ucraina. Dall'est viene l'infermiera Olga che cerca il miraggio del denaro e del lavoro e lo trova facendosi assumere come badante in un ospedale geriatrico per poi sprofondare in un abisso di abiezioni; ad Est va l'austriaco Paul, dopo aver perso il lavoro e ogni certezza della sua vita borghese e deve combattere per riconquistare la sua dignita' di persona umana.
Girato in condizioni estreme da ogni punto di vista (quello climatico in Ucraina, quello umano in Austria dove la cinepresa e' entrata nelle corsie dei malati terminali), il film si e' fatto, secondo il regista, sulla spinta delle emozioni suscitate in lui e nei suoi attori dall'evoluzione della storia. ''Quando comincio le riprese - dice - ho in mano solo un trattamento sommario e su quello cerco la complicita' degli attori e della troupe. Il mio scopo e' quello di coinvolgere emotivamente lo spettatore, anche urtando la sua sensibilita', anche ferendolo. E per questo devo riuscirci in primo luogo con miei compagni di lavoro".
Non cerco lo scandalo fino a se stesso, lo uso se mi sembra utile. In questo caso dovevo parlare di vita e di morte, di sessualita' e di potere, di vincenti e perdenti. E in definitiva di dignita' umana, oggi attaccata dal sistema della societa' in cui viviamo. Per me la cosa importante non era intrattenere lo spettatore ma costringerlo a guardarsi nello specchio attraverso le mie immagini. E se questo lo disturba, vuol dire che ho raggiunto il mio obiettivo''.
La giuria, a sua volta, potrebbe rimanere colpita da un linguaggio estremo che addolora, colpisce, costringe alla riflessione, oltre l'immagine, oltre il sesso esibito, oltre la morte mostrata senza filtri compiacenti.
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