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Speciale Champions League 2008

CHAMPIONS LEAGUE

Arsenal, capolavoro di Wenger
Ancelotti al capolinea
ma paga gli errori di mercato della società

Onore comunque ai rossoneri. Sono usciti a testa alta. Ma l’anno zero è qui...di Xavier Jacobelli

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Xavier Jacobelli Milano, 4 marzo 2008 - C'è un’indicibile sofferenza e una palpabile malinconia dentro l’Europa del Milan, campione in carica che abdica dopo avere patito le pene dell’inferno contro un eccellente Arsenal. Di fronte al quale è doveroso inchinarsi per la straordinaria grandezza della sua prova.

 

Una vera e indimenticabile lezione di calcio, impartita da una formazione la cui età media supera di poco i 25 anni e il cui talento è debordante. Wenger ieri sera a San Siro si è confermato un maestro di tattica: ha disposto ad arte la propria squadra che ha spento Kakà, irretito Pirlo, annullato Inzaghi, rinchiudendo Ancelotti in una trappola senza scampo.

Raramente, in Champions e per giunta a Milano, era capitato di vedere un Milan tanto in difficoltà e incapace di mantenere le redini del gioco, subendo la supremazia avversaria. L’Arsenal è stato perfetto e non è un caso che il gol della qualificazione, bellissimo, porti la firma di Cesc Fabregas, 20 anni, simbolo di una squadra tanto giovane ma finalmente matura, destinata ad essere protagonista per anni in Inghilterra e in Europa.

 

Nulla si può rimproverare al Milan sotto il profilo dell’impegno e della dedizione: come a Londra, anche a San Siro il migliore è stato Paolo Maldini, gigantesco nella sua prova. Ma Ancelotti avrebbe avuto bisogno di undici Capitani per ribaltare un incontro che ha visto l’Arsenal colpire anche la traversa, centrata dallo scatenato Fabregas, così come aveva fatto Adebayor all’andata. Proprio l’imprendibile attaccante togolese ha firmato il colpo di grazia che ha piegato i rossoneri e, anche questo, è stato un segno del destino.

 

Sei anni e tre mesi dopo il suo avvento in panchina, il ciclo di Carlo Ancelotti è al capolinea. L’allenatore ha ottenuto risultati straordinari, ma, alla fine, ha pagato gli errori del mancato rinnovamento di un club che ha confermato Kakà sino al 2013, ha trovato un tesoro in Pato, però deve fare i conti con il logorio di troppi veterani e la mancanza di ricambi fondamentali. Alla lunga, è risultata devastante.

 

Non si può pretendere che Pirlo, Ambrosini e Gattuso cantino e portino la croce per 60 partite all’anno così come è evidente che la difesa non possa reggersi sul mitico Maldini, su Nesta e basta. Adesso, al Milan non resta che inseguire l’Europa in Italia pancia a terra. Sarà dura: Fiorentina e Juventus non sono disposte a fargli strada. Onore comunque ai rossoneri. Sono usciti a testa alta. Ma l’anno zero è qui.

di Xavier Jacobelli

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