L'uomo, 210 chili, è iIndagato con l'accusa di associazione mafiosa. Il riesame ha accolto la richiesta degli avvocati. Un agente doveva aiutarlo 24 ore su 24
Palermo, 12 marzo 2008 - Pesa duecentodieci chili e per lui, in tutta Italia, non c'è una cella abbastanza capiente: è grazie alla sua stazza, dovuta a una forma patologica di obesità, che Salvatore Ferranti, 36 anni, indagato con l'accusa di associazione mafiosa come appartenente a uno dei clan fedeli ai boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo, ha ottenuto gli arresti domiciliari.
Lo ha deciso il tribunale del riesame di Palermo, che ha accolto la richiesta degli avvocati Raffaele Bonsignore e Giuseppe Giambanco. La Procura, che aveva espresso parere contrario, non ha però fatto appello e la decisione non è più impugnabile in Cassazione.
Per la vicenda Ferranti è stato il sistema carcerario, più che i magistrati, ad alzare bandiera bianca: il reato di associazione mafiosa prevede infatti sempre la custodia in un istituto penitenziario, a meno di gravissimi motivi di salute, E Ferranti non era considerato «ammalato», nè a rischio. I giudici hanno deciso però di concedergli i domiciliari perchè nessuna delle quattro «case circondariali» che ha girato è stata in grado di assicurargli un trattamento che tutelasse e rispettasse la sua dignità umana.
A Palermo, nel carcere di Pagliarelli, il primo in cui era stato rinchiuso, il 9 agosto scorso, con l'accusa di far parte della famiglia mafiosa di Torretta, non c'era una bilancia dalla portata adeguata al peso di Ferranti. Il trasferimento a Pesaro aveva obbligato la direzione ad assegnare al detenuto un 'piantonè, un agente di polizia penitenziaria che doveva occuparsi, notte e giorno, di aiutare Ferranti nelle sue necessità giornaliere, fisiologiche e di movimento.
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