Ecco che rimane delle celle che ospitarono i boss di Cosa nostra e i leader Br. Un inedito percorso turistico. Il direttore del parco: "Recupereremo le strutture per aprirle alle visite"
ISOLA DELL’ASINARA (Porto Torres), 26 agosto 2008 — IL BUNKER con i muri scrostati ma ancora solidi riluce nel sole d’agosto mentre giù in fondo il mare è un fazzoletto blu cobalto. Il bunker è rettangolare, lungo una quarantina di metri e circondato ai quattro angoli di torrette blindate dentro alle quali vigilava un agente armato di mitra. L’interno ha un corridoio, un paio di uffici dove stavano le guardie, due celle da sepolti vivi e un cortiletto per l’ora d’aria in solitudine. A terra tanta polvere, intorno suppellettili disfatte, cartacce. Tutto è rimasto, con l’aggiunta dell’incuria del tempo, come nel 1998 quando il carcere dell’Asinara chiuse per sempre consentendo di trasformare quest’isola di sogno in un parco che negli anni sta gradualmente aprendo ai visitatori.
In questo piccolo fortilizio, scampolo delle otto diramazioni, soggiornarono per oltre un anno in assoluto isolamento Raffaele Cutolo e Totò Riina. Il bunker di notte era sempre illuminato dalla luce di fari potenti e per questo venne soprannominato "la discoteca". Appena due chilometri più sotto si stende Cala Oliva ‘il paese fantasma’, borgo completamente disabitato, dove risiedevano gli agenti di custodia e le loro famiglie. Nelle strade deserte si stagliano ancora la restaurata chiesetta, la posta, le cabine telefoniche, la casa del dottore. Intorno il silenzio.
QUI ADESSO, a parte un ostello estivo per turisti ricavato nella ex caserma delle guardie e le presenze stagionali degli operatori del parco che stanno a Cala Reale, abitano solo due persone. Sono un operaio della forestale e il maresciallo superiore Giovanni Maria Deriu, 47 anni, da 27 nella polizia penitenziaria, che il ministero di Giustizia ha lasciato nell’isola come custode dei 700 immobili sparsi in quelle che furono le otto "diramazioni carcerarie" dell’Asinara: un patrimonio già in parte trasferito alla Regione Sardegna per un parziale e futuro utilizzo a fini turistici e scientifici. Ci sono ancora celle, caserme, magazzini, caseifici, cantine, stalle, officine, uffici. Alcuni immobili sono ancora solidi ma assediati dal lentisco e dall’euforbia, altri in disfacimento. Dieci anni anni fa le cittadelle carcerarie era animate e garantivano la vita di questo inferno-paradiso dove gli agenti erano quasi reclusi come i detenuti, molti dei quali impegnati a lavorare nei campi.
ECCOLA QUA la Cayenna italiana, terra riarsa dal sole e frantumata dal maestrale, che fu colonia sanitaria per le quarantene, campo di concentramento per i prigionieri austro ungarici del primo conflitto mondiale (ne arrivarono 25 mila e ne morirono di stenti 10 mila), poi carcere dove accanto ai detenuti comuni hanno soggiornato terroristi neri e rossi, mafiosi, sequestratori dell’Anonima sarda, camorristi, esponenti della ‘ndrangheta e della Sacra corona unita.
L’intera geografia del crimine italiano politico e mafioso. L’icona dell’Asinara è Fornelli, la struttura di massima sicurezza a tre bracci (i politici venivano tenuti divisi dagli altri) voluta nel 1975 dal generale Dalla Chiesa. Da qualche settimana anche i turisti possono entrare in questo fortino, angusto e terrificante dove nel 1979 le Brigate rosse mandarono in scena una delle rivolte più feroci.
LE CELLE con le porte azzurre tutte ordinatamente aperte e riverniciate si allungano lungo un corridoio diviso in tre parti da una grata. Sul pavimento del corridoio talmente stretto da togliere il fiato (1metro e 70) solo ad osservarlo, ci sono ancora i mattoni anneriti delle bombe rudimentali ricavate dalle macchine per caffè che i brigatisti agli ordini di Alberto Franceschini fecero esplodere il 2 ottobre 1979. Oggi si può visitare la celletta da cui è partì la rivolta, a metà del corridoio. E proprio Franceschini un paio di anni fa in gran segreto è tornato all’Asinara. Giunto a bordo di un piccolo yacht ha visitato l’isola, ha voluto vedere la cella nella quale fu recluso. Ha ripensato ai giorni dell’odio ed ha pianto. A inoltrarsi in questo inferno prende un groppo alla gola. Il cortile dell’aria (30 per 30) non permetteva di vedere il cielo: sopra è chiuso da una grata d’acciaio per evitare evasioni. Qui passarono i brigatisti Curcio, Franceschini, i terroristi neri Mario Tuti e Valerio Fioravanti ma anche gente come Vallanzasca, Cutolo, Pasquale Barra.
NEL CORTILE centrale di Fornelli da quest’anno la direzione del parco cura con altri enti una rassegna cinematografica: il mese scorso hanno proiettato un film sull’ergastolo. In fondo al cortile fanno ancora paura due piccole porte che portano nel bunker del bunker. I visitatori qui non entrano. Erano celle d’isolamento dove i detenuti potevano parlare solo col magistrato. Un inferno di caldo e di solitudine che piegava chiunque. Risalendo verso Cala Oliva il tour carcerario merita una sosta a Campo Perdu, altra diramazione riservata ai "duri". Da qui fuggì Matteo Boe, il sequestatore dagli occhi di ghiaccio. Qualche chilometro più avanti, verso una spiaggia incantata nella diramazione di Tumbarino dove stavano i detenuti accusati di reati sessuali, oggi lavorano i biologi dell’università di Sassari: studiano la fauna dell’isola e le migrazioni dei volatili che fanno la spola con l’Africa. E il turismo carcerario, in quest’angolo di paradiso, può avere un futuro.
DICE IL DIRETTORE del parco Carlo Forteleoni. "Queste mura raccontano una parte della storia del nostro Paese che va salvaguardata proprio perché la memoria non si perda. Contiamo di recuperare le strutture più importanti e aprirle ai turisti. Asinara era un inferno, ora è un paradiso dove vivono liberi anche gli asinelli bianchi, i mufloni e le capre".
dall’inviato BEPPE BONI
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