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ESCLUSIVO / PARLA MELCHIORRE CONTENA

"La giustizia m'ha rubato trent'anni
Questo il mio primo Natale da libero"

Il pastore sardo riabilitato racconta la sua odissea. "Ho molti rimpianti che non si possono descrivere, ma vorrei far provare a chi mi ha messo nei guai ciò che ho vissuto"

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Esclusivo: parla il pastore scagionato dopo 30 anni SIENA, 19 novembre 2008 - "COSA PENSO della giustizia? Fa acqua da tutte le parti. Il momento più brutto in carcere? Meglio non ricordarlo". Melchiorre Contena scuote la testa e volge lo sguardo distante, verso l’ingresso della camera del policlinico Le Scotte di Siena che lascerà oggi, dopo un breve ricovero. Il suo è il caso simbolo di una giustizia lumaca che ha fatto chiarezza dopo decenni e solo dopo una pena fatta ingiustamente scontare fino all’ultimo giorno. Gli occhi di Contena diventano spesso lucidi mentre parla, il dolore tenuto dentro per una vita è lancinante come se non fossero passati 24 anni da quando la Cassazione dichiarò il pastore residente nel Viterbese responsabile, in via definitiva, del sequestro e dell’uccisione dell’imprenditore milanese Marzio Ostini, avvenuto nel 1977.

«HO ESPIATO tutta la pena, dei 30 anni cinque sono stati condonati anche per la buona condotta. Poi, nel luglio scorso, i giudici dell’Aquila hanno stabilito la mia innocenza. Troppo tardi», dice con la rassegnazione di chi sa di non poter recuperare le stagioni più belle, anche se la dignità non è mai venuta meno. «Il carcere è un inferno per i colpevoli — prosegue fissandoti dritto negli occhi, quasi a voler trasmettere le brutte immagini che gli scorrono nella mente —, si figuri come può essere per un innocente. Ne ho incontrati tanti lì dentro (fa pausa, ndr). Almeno loro dicevano di esserlo, io gli credevo». Parla lentamente, Melchiorre Contena.


Un paio di anni fa ha avuto un attacco di cuore di cui tuttora cura le conseguenze, deve aiutarsi con il bastone che gli ha fatto compagnia, lui pastore da sempre, anche nei 5 anni trascorso a Pitigliano, nel Grossetano, in libertà vigilata quando andava a badare le pecore all’alba e poi tornava la sera in cella.

 

«NON SO dove ho trovato la forza per affrontare tutto. La ferita è sempre aperta e dopo aver espiato la pena c’è stato il male. Spero che avendo pagato ingiustamente venga almeno ripagato sulla salute e si riprenda», auspica la moglie. Si chiama Miracolosa, nome che da solo descrive una donna dalla determinazione strabiliante nel tentare di dimostrare l’innocenza del marito. «Mi auguro che non accada ad altri ciò che ho vissuto, non voglio essere egoista. Forse sarebbe bastato ammettere di aver sbagliato, succede, siamo umani. Noi non lo potevamo certo ammettere — afferma Miracolosa — perché non avevamo sbagliato niente».


Sua moglie le è stata vicino: un’arma in più?

«Coraggiosa, forte. Ci siamo sposati poco più che ventenni».

Ha avuto accanto anche i figli?.
«Il maschio aveva 12 anni quando iniziò tutto, si è dato da fare, ha mandato avanti l’azienda. La più grande non riuscì a proseguire gli studi, anche la piccola ne ha risentito. Una famiglia rovinata. E arrabbiata per ciò che accadeva».

Ha finito di scontare la pena nel 2005: ricorda quel giorno?
«No... forse era agosto. Non ci feci caso perché tanto in galera io c’ero stato».


Qual è il suo rimpianto?
«Non uno, ma molti. Non si possono descrivere. Magari far provare a chi mi ha messo nei guai ciò che ho vissuto».


Nel suo futuro cosa vede?

(Scuote la testa, ndr). Niente. Semmai per i miei figli, che stiano bene, per mio nipote di 14 anni».
 

S’illumina quando parla di lui: sua moglie ha detto che gli raccontavano, quando lei doveva tornare la sera in carcere, che il nonno andava al podere.
«Ha conosciuto la verità solo ora, in paese sono stati bravi a non fargli pesare nulla, né a me hanno rivolto battute. La nostra vicina, quando ha saputo dell’assoluzione definitiva ha dato un colpo sul tavolo così forte da romperlo».


Ora ha diritto al risarcimento

«Eh, sì. Chissà quando arriverà. Speriamo siano più veloci di quanto c’è voluto per riconoscere la mia innocenza. Ho 69 anni».


Il primo Natale da innocente.
«Non ci credevo più... Sarà bello (ma lo dice senza troppa convinzione, ndr), faremo festa».

di LAURA VALDESI










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