Giuseppe Andronico è morto il 20 novembre 2003, lo stesso giorno in cui fu pronunciata, nei suoi confronti, la sentenza di assoluzione. L’importo liquidato dai giudici come risarcimento però riguarda 4 giorni di carcere e 4 anni di arresti domiciliari. Ora i parenti, attraverso l’avvocato Ettore Leto, hanno messo in mora lo Stato, chiedendo un ulteriore risarcimento
Palermo, 29 novembre 2008 - La sezione promiscua della Corte d’appello di Palermo ha risarcito, per l’ingiusta detenzione patita dal loro congiunto, gli eredi di Giuseppe Andronico, detto Pino, accusato di essere un mafioso del mandamento di Porta Nuova, morto il 20 novembre 2003, lo stesso giorno in cui fu pronunciata, nei suoi confronti, la sentenza di assoluzione.
L’importo liquidato dai giudici del collegio presieduto da Vito Ivan Marino, che hanno accolto l’istanza dell’avvocato Vincenzo Giambruno, è di poco inferiore ai 140 mila euro, per 4 giorni di carcere e 4 anni di arresti domiciliari, concessi per motivi di salute.
Gli Andronico hanno però in corso un altro contenzioso con lo Stato, riguardante proprio i motivi del decesso dell’ex detenuto: l’uomo infatti morì a causa di un attacco cardiaco che lo colpì poco prima della sentenza.
Libero per decorrenza dei termini dopo quattro anni di custodia cautelare e assolto in primo grado, Pino Andronico, cardiopatico, fu prelevato nella propria abitazione dagli agenti, che lo avevano sottoposto a una sorta di ‘fermo preventivo' in vista della sentenza di appello. La motivazione ufficiale fu il rinnovo delle foto segnaletiche: ma in realtà lo stesso trattamento fu riservato pure ad altri quattro imputati a piede libero nello stesso processo ("Tempesta", su un centinaio di omicidi di mafia).
I quattro furono poi condannati e arrestati, dopo essere stati trattenuti per tutto il giorno negli uffici di polizia e carabinieri. Andronico invece non resse l’emozione e, credendo che lo stessero portando via perché in procinto di essere condannato, fu colto da una crisi cardiaca che lo uccise. La polizia replicò sostenendo che non era stato fatto alcunchè di illegittimo e che non si era trattato di fermo preventivo.
Dopo la morte, la beffa: l’imputato di mafia e omicidi fu infatti assolto e morì incensurato. Ora i familiari, attraverso l’avvocato Ettore Leto, hanno messo in mora lo Stato, chiedendo un ulteriore risarcimento.