I carabinieri: "Volevano chiudere la notte, dopo uno sballo di alcol e droga, con un gesto fortemente eclatante di crudeltà gratuita’’. Fermati un 30enne, un 20enne e un ragazzo di soli 17 anni. Il precedente del clochard bruciato a Rimini
NETTUNO (Roma), 2 febbraio 2009 - «DAI, PRENDI un po’ de benzina che je damo foco. ’O disinfettàmo, a quello, je lo famo noi uno scherzo...». E giù risate. Nettuno, qualche minuto prima delle 4 di mattina, un’auto si ferma a un distributore. Dentro tre giovani teppisti: due maggiorenni di 20 e 30 anni e un diciassettenne. Tutti incensurati. E tutti strafatti di droga e alcool. Riempiono una bottiglia di benzina, e tornano indietro, alla stazione. Ridacchiando. Lì, al termine di una notte di pasticche e superalcolici, poco prima avevano deciso — spiegheranno poi ai carabinieri — di «fà qualcosa de novo prima de andà a dormì. E c’è venuta l’idea de andà alla stazione a menà uno straniero, un barbone, chennesò...». Uno qualsiasi, rigorosamente indifeso, per una bella aggressione xenofoba. Così, per passare il tempo da infami.
A DORMIRE sulla panchina di travertino c’era il povero Singh Navte, 34 anni, indiano di etnia sikh. Lavoratore agricolo saltuario che da qualche tempo, in attesa di un nuovo lavoro, dormiva sotto la pensilina della stazione, che dalle 23 è incustodita. Lo hanno aggredito in tre, vigliaccamente come da regola di ogni branco, e l’hanno fatto mentre dormiva. Come antipasto gli hanno spaccato due bottiglie di birra in testa e poi l’hanno riempito di calci e di pugni. «Per divertisse», hanno spiegato. L’hanno lasciato a terra mezzo morto. Poi se ne sono andati, salvo farsi prendere dallo scrupolo di essersi divertiti troppo poco. Di avere fatto uno scherzo troppo leggero. Così hanno preso la benzina e sono tornati alla stazione, l’hanno trovato ancora a terra, gli hanno spalmato sul viso qualcosa che ai soccorritori è sembrata vernice, ma forse è olio per macchine, e gli hanno spruzzato addosso la benzina, dandogli fuoco. «Mica lo volevamo ammazzà», si sono giustificati. Ma visto il falò e le grida disumane della loro vittima, si sono impauriti. Prima hanno cercato di spegnere le fiamme poi, non riuscendoci, sono fuggiti.
NON È CHIARO se a chiamare i carabineri siano stati loro con un cellulare (il che spiegherebbe che sono stati catturati dopo poche ore) o qualcuno che ha sentito le grida. Certo è che ora i tre dovranno rispondere di tentato omicidio. Quanto a Singh è stato ricoverato al S.Eugenio di Roma. «Il paziente — osserva il professor Paolo Palombo, primario del reparto grandi ustionati —è stato oggetto di una barbarie inqualificabile. Ha ustioni di terzo grado alle gambe alle mani, a parte del collo e all’addome: circa il 40% del corpo». Non sarebbe in pericolo di vita, ma le cicatrici, dopo mesi di dolore, gli rimarranno addosso per tutta la vita.
Non appena la notizia è corsa la reazione di sdegno è stata unanime. «Un fatto gravissimo — ha detto il segretario del Pd, Walter Veltroni —. Esprimiamo solidarietà al giovane indiano. Episodi di intolleranza criminale come questo sono il frutto di predicazioni xenofobe, di un clima creato ad arte di odio e di paura». «Se qualcuno pensa — ha aggiunto il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che si è anche recato al S.Eugenio — che i recenti fatti di violenza, che hanno visto come presunti colpevoli delle persone immigrate, possano essere un alibi per ritorsioni xenofobe, si sbaglia di grosso».
«UN ATTO incivile — condannerà il presidente del Senato, Renato Schifani —, che getta una grave ombra sui principi della tolleranza e ospitalità del nostro Paese». «Questo episodio di violenza razzista e teppismo criminale — stigmatizzerà il presidente della Camera, Gianfranco Fini — è un sintomo allarmante della presenza all’interno della società italiana, in particolare in alcuni settori giovanili, di un senso di disprezzo per la vita umana e della dignità delle persone più deboli». «La sequenza di aggressioni ai danni degli immigrati è impressionante. Sarebbe meglio — afferma Rosy Bindi, Pd — che la maggioranza non si fermi alle dichiarazioni di rito e tragga finalmente le conseguenze, cambiando registro e politiche. Una società violenta è anche figlia di una politica che alimenta sospetti, paure e istiga all’intolleranza».
di ALESSANDRO FARRUGGIA