Giovani per la pensione, vecchi per lavorare: 350mila a rischio con la crisi. Formazione, scarse le opportunità di riqualificazione professionale. Ansia, il 72 per cento dei dipendenti è preoccupato per il proprio futuro. Sei anche tu preoccupato per il posto di lavoro, scrivi la tua esperienza
Roma, 3 marzo 2009 — "VADO A LETTO e comincio a pensarci. La mattina dopo sono uno straccio". Giorgio è prototipo del cinquantenne: dipendente di un’azienda metalmeccanica del Nord di medie dimensioni, una vita di duro lavoro alle spalle, una famiglia con moglie e due figli da mandare avanti, un mutuo da onorare. E’ l’over 50 che i sociologi chiamano "lavoratore maturo", cioè troppo giovane per andare in pensione ma troppo vecchio per mantenere il posto. E così finisce nella terra di nessuno. Il suo mestiere lo sa fare e pure bene. Da mesi, però, ha perso il bene della tranquillità. I giornali raccontano di crollo della borsa, di miliardi andati in fumo, di bonus megagalattici per coloro che hanno fatto a pezzi l’economia mondiale. Mostra la busta paga (1.525 euro), scuote la testa, e chiede "le sembra giusto che loro hanno creato tutto questo casino adorando — come dice il Papa — il dio denaro ed io devo rischiare il mio posto di lavoro?".
L’ANGOSCIA notturna è figlia delle previsioni: la disoccupazione che salirà sopra l’8% della forza lavoro nel 2009 e quasi al 9% l’anno prossimo. Stime molto prudenziali aggiungono che "almeno il 5%" dell’occupazione sarà interessata dalla crisi. Gira la cifra di 900mila posti di lavoro che saranno bruciati nell’industria manifatturiera e nelle costruzioni. Quanti "lavoratori maturi" saranno colpiti? Nessuno può dirlo con certezza, ma se si considera che sono circa il 35% del totale i lavoratori tra i 50 e i 64 anni, si può presumere che toccherà circa 350mila over 50. Il che potrebbe significare che circa 350mila famiglie rischiano di precipitare nel baratro. Una indagine della Financial Direction Survey realizzata in 14 paesi, tra i quali l’Italia, indica addirittura negli ultraquarantenni, e tra le lavoratrici, la preoccupione maggiore per la perdita dell’occupazione. Il 72% dei dipendenti del nostro paese è a disagio, un dato in forte crescita: l’ansia cresce tra gli occupati delle industrie più grandi (79%) rispetto a quelle con meno di 50 dipendenti. Il picco dell’ansia è tra dipendenti e professionisti ultraquarantenni, addirittura al 78%, ma quasi la metà degli italiani (48%) considera il proprio impiego a rischio.
Nelle aziende le previsioni sono grigio scuro, la fiducia delle imprese in Italia (come nel resto del mondo) è precipitata nell’ultimo anno. Gli ordini sono in calo, su scala nazionale per le aziende manifatturiere siamo al 40-45%. E a correre i maggiori pericoli saranno i "lavoratori maturi" con minore professionalità e i giovani con contratti precari. In uno studio la Cisl l’ha detto: "In assenza di un’azione politica assai rilevante la recessione avrà sulle aziende una selezione di tipo darwiniano, all’insegna della sopravvivenza dei più forti". A cascata si manifesteranno gli effetti sull’occupazione.
Con la crisi che picchia duro e ogni giorno si arricchisce di una nuova cattiva notizia da ogni angolo del pianeta, è umano che i “lavoratori maturi” siano terrorizzati dal futuro. Anche ieri il ministro Sacconi ha ricordato l’impegno del governo di destinare 4 miliardi proprio per i lavoratori meno tutelati ma loro temono che i posti di lavoro destinati al rogo somigliano a una medaglia: su una faccia l’esercito dei giovani con contratto a termine che aspettano con il fiato sospeso il giorno della scadenza nel timore che non arriverà il rinnovo. Si sa che, da gennaio, ogni mese ne scadono circa 315mila. Per molti significherà la disoccupazione. Il 13% dei lavoratori atipici è di "lunga durata", ha di media tra i 40 e i 50 anni ma non mancano gli ultracinquantenni, usciti dai processi produttivi per colpa della crisi. Per loro, con un Welfare State ai minimi termini, la prospettiva è il Welfare familiare e aspettare che "passi la nuttata".
L’ALTRA FACCIA del dramma sono proprio gli over 50: per loro scarse prospettive di riqualificazione professionale, poca attitudine a familiarizzare con nuovi processi produttivi e nuove tecnologice. Lo stesso uso del computer è spesso sconosciuto. E così trovare una nuova occupazione diventa impresa difficile. Quando esiste il sostegno della cassa integrazione non è l’ipotesi peggiore, in caso di difficoltà dell’azienda: l’incubo è il licenziamento tout court perchè il mercato del lavoro lascia poche speranze agli over 50. Cosa fare? Esistono ammortizzatori sociali e programmi di riqualificazionedi settori, aziende e anche personali ma la crisi batte anche sui conti pubblici del Belpaese, per nulla brillanti. Però, non basta "aspettare che passi la nottata", sperare solo nella fine della crisi: sarebbe la strategia peggiore. Con 350mila famiglie in seria difficoltà il rischio è quello di stravolgere le basi della coesione sociale del Paese.
di NUCCIO NATOLI