Natalì su Marrazzo
"Il 3 luglio andò così
La coca? Con me no"
A 'Porta a Porta' il trans racconta il blitz in via Gradoli. Su Brenda dice: "In molti la volevano morta". Intanto spunta un secondo pc. E dal computer di Brenda recuperati file cancellati
Roma, 24 novembre 2009 - "Quello che è successo a Brenda è molto strano: c’erano tante persone che avevano interesse che lei morisse, anche molti trans volevano questo". A parlare è Natalì, il transessuale coinvolto nella vicenda Marrazzo, dante la puntata di Porta a porta, Natalì spiega che "Brenda era una brava persona, ma da sobria. Quando era ubriaca o drogata rapinava i clienti, li trattava male, chiedeva i soldi ai trans".
Natalì ha poi detto: "Cafasso non era con i carabinieri quando loro sono entrati a casa mia". E ha aggiunto: "Lui è morto e non si può difendere". "E' facile accusare chi è morto, perché non può dire la verità. Io Cafasso lo conoscevo solo di vista, perché lo vedevo in giro".
Ma Natalì affronta anche la questione droga. Intervistato da Bruno Vespa, il transessuale spiega infatti di essere "una persona tranquilla: non mi drogo e non sono malata. Chi conosce Natalì sa chi è, e i miei clienti sono sempre clienti puliti". Vespa le ha chiesto allora del piatto con la cocaina che sarebbe stato presente quella sera al momento del blitz: "No, lui l’ha vista solo quando poi si è vestito e l’ha vista sul piatto insieme al suo tesserino. Ci è rimasto male perché l’avevano sottratto insieme al denaro".
Durante la trasmissione Natalì ha raccontato i dettagli di quel quel 3 luglio a via Gradoli. "Marrazzo mi ha chiamato verso mezzogiorno a casa, mi ha chiesto se ero lì. Io ho risposto di si e dopo poco tempo è arrivato. Mi ha stupito perché era pomeriggio. Dopo pochi minuti hanno bussato. Io sono andata alla porta e ho sentito dire da fuori ‘apri, sappiamo che qui c’è una festa’. Io non volevo aprire - prosegue la trans - ma Marrazzo mi ha detto che potevo farlo. C’erano due persone in borghese senza il tesserino da carabiniere. Mi hanno chiuso fuori dal balcone e hanno abbassato la serranda e tirato le tende. Casa mia è fatta in modo tale che non potevo né sentire né vedere che cosa succedeva all’interno. Dopo 20 minuti circa mi hanno fatta rientrare. I carabinieri mi hanno detto di stare zitta, mi hanno insultato, mi hanno detto che altrimenti mi avrebbero portata in caserma. Volevano da Marrazzo 50 mila euro a testa sennò saremmo andati tutti in caserma. Gli hanno chiesto il cellulare, minacciandolo, ma lui non glielo ha dato, gli ha dato il numero dell’ufficio. Poi mi hanno riportato nuovamente sul balcone. Sono rientrata dopo altri 10 minuti".
"Quando sono andati via - continua Natalì - sono rimasta a parlare con Marrazzo. Lui stava male, mi ha detto che avevano preso dal suo portafoglio 2.000 euro. Non l’ho visto firmare assegni, né lui me lo ha detto. E’ rimasto a casa mia altri 10 minuti, gli ho dato un bicchiere d’acqua. Poi se ne è andato. Dopo un po’ mi ha richiamato a casa, mi ha detto di venire a casa sua. Io ho chiamato un taxi. Sotto casa sua c’era l’autista che mi ha fatto il segnale che potevo entrare. Lui voleva parlare con me, diceva che non poteva parlare con nessun altro. Mi ha detto di non dire a nessuno cosa era successo. Non sapeva di alcun filmato".
IL PC DI BRENDA - Intanto, mentre spunta l'ipotesi di un secondo computer, arrivano i primi dati dal computer sequestrato nell’abitazione di via Due Ponti dove il 20 novembre scorso è stato trovato il cadavere del trans Brenda. Gli investigatori in base a tali informazioni cercheranno di sviluppare le indagini sul caso Marrazzo e sulla morte del trans.
Nonostante il riserbo si è saputo che fino a questo momento i tecnici incaricati di recuperare il contenuto dei file hanno letto e trasferito su cd gli scritti che arrivati al computer sono stati poi cancellati e riversati nel cestino. Messaggi dei quali però è rimasta traccia nell’hard disk dell’apparecchio.
La speranza degli investigatori è quella di trovare se l’apparecchio contenga anche fotografie, immagini e forse anche il secondo video riguardante l’incontro di Marrazzo con i trans in via Gradoli. Brenda quando fu sentita dai magistrati raccontò che il secondo video era stato distrutto ma è speranza degli investigatori che su questo punto abbia mentito.
In chi indaga sulla vicenda si è rafforzata la convinzione che il computer trovato dentro il lavandino di via Due Ponti appartenga proprio a Brenda che secondo un altro trans, China, era esperta nell’uso del computer.
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