Milano, Cosa Nostra fa annullare lo spettacolo. Con 23 proiettili
I bossoli trovati al teatro Oscar dove doveva recitare Giulio Cavalli, attore impegnato contro la mafia e dal 2006 sotto scorta perché oggetto di minacce
Milano, 8 febbraio 2010 - Ventitré proiettili trovati sabato davanti al teatro Oscar, a Milano. Un avvertimento in stile mafioso (l’ha rilevato anche Antonio Di Pietro), che ha fatto saltare la replica de 'L’apocalisse rimandata, ovvero benvenuta catastrofe', da un testo di Dario Fo. Che non parla di mafia, ma in scena ci doveva essere Giulio Cavalli, attore, regista e autore anche di 'Do ut des', in cui mette in ridicolo i mafiosi, e 'A cento passi dal Duomo', in cui ne svergogna le trame in una Lombardia dove fino a pochi anni fa un’ampia fetta del mondo politico sosteneva che «qui la mafia non esiste».
L’attore, voce scomoda anche quando non si occupa di ‘ndrangheta (l’anno scorso Giampiero Fiorani tentò senza successo di bloccare il suo spettacolo sull’epopea della Bpl), è sotto scorta dal 2006 perché minacciato dalla mafia. Lettere anonime, scritte sui furgoni della sua compagnia, una bara disegnata sul muro del teatro Nebiolo di Tavazzano, che Cavalli dirige, nel Lodigiano. Pochi giorni fa il teatrante s’è candidato alle regionali, come indipendente nelle file dell’Italia dei valori. Quarantott’ore dopo è spuntato un proiettile davanti alla sede milanese dell’Idv, e davanti alla filiale scelta per il conto corrente elettorale un volantino che sosteneva che quella banca fosse controllata dalla mafia. Il Nobel Dario Fo si dice «terribilmente sorpreso. È incredibile che a Milano succedano cose così».
Sabato pomeriggio, il direttore di sala del teatro Oscar ha trovato i primi tre proiettili nel parcheggio. La Digos ha recuperato gli altri venti, e ha sconsigliato a Cavalli di andare in scena. Lui è stato d’accordo. Motivi professionali: «È uno spettacolo satirico, ci vogliono certe condizioni di equilibrio». Sul palco è salito lo stesso, e ha esternato al pubblico il suo stato d’animo: «Avrei voluto vederli questi omuncoli mentre gettavano a terra la loro viltà, scambiandola per coraggio». E ha aggiunto: «Vorrei non si parlasse più di coincidenze».
Al telefono precisa: «Non voglio dire che la Lombardia sia in mano alla mafia, ma che questi segnali non devono più essere presi sottogamba». Ieri, Cavalli s’è preso «un giorno per staccare», da attore e da candidato. Anche se, a 32 anni, gli tocca far vivere la sua famiglia sotto protezione, non ci tiene a fare l’eroe: «Gli eroi sono figure non vive, meglio lavorare sul territorio». Cosa dà fastidio dei suoi spettacoli? «Credo sia una cosa più ampia: le mie collaborazioni con i sindaci antimafia, con i magistrati con cui scrivo i miei testi. Poi ovvio che, in una regione dove il negazionismo sulla criminalità organizzata ha fatto comodo a moltissima gente, questi spettacoli siano ritenuti ‘pericolosi’. Perché il pubblico viene a sentirci, ci appoggia, anche se fa meno rumore dei quattro vigliacchi che continuano a fare gesti di questo tipo».
Dal palco aveva promesso: «Continuerò a pretendere da me stesso e dagli altri che il diritto-dovere di lavorare mi sia garantito». Aggiunge: «Se accade a un attore fa rumore, ma in Lombardia ci sono imprenditori, artigiani, operai che non possono fare il loro lavoro. E questo è inaccettabile».
di Giulia Bonezzi
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