Donne fuori carriera ultime in Europa dietro a Turchia e Grecia
Federica Guidi: "Lo Stato non aiuta chi ha famiglia". Le dirigenti sono solo l'11,9% del totale, ultime in Europa, contro una media europea del 33%, e a superarci sono anche la Turchia la Grecia

Milano, 4 ottobre 2010 - CARRIERA off limits per le donne in Italia: le dirigenti sono solo l'11,9% del totale, ultime in Europa, contro una media europea del 33%, e a superarci sono anche la Turchia con un 22,3% e la Grecia con un 14,6%. Anche il confronto con i Paesi più avanzati e vicini ci vede largamente perdenti: in Francia le donne manager arrivano al 37,4%, nel Regno Unito al 34,9% e nella Germania al 29,3%. E' quanto emerge da una ricerca di Manageritalia che mette in luce la scarsa partecipazione delle donne al lavoro e ancor più ai piani alti dell'economia. Guardando alle donne nei consigli di amministrazione delle società quotate, poi, siamo al quart'ultimo posto con un misero 3,2% rispetto a una media dell'Europa a 27 dell'11,4% e alle vette superiori al 20% di Finlandia e Svezia e all'inarrivabile 42% della Norvegia. Anche a livello imprenditoriale le cose non vanno molto bene per l'Italia visto che le donne imprenditrici sono il 23,4%, contro una media Europea superiore al 33%. Sul fronte nazionale arrivano alcune sorprese: il Nord industrializzato è decisamente più indietro sul fronte imprenditoriale "rosa". Non a caso Calabria (16,2%) e Lazio (16%) sono ai primi posti per donne dirigenti, mentre agli ultimi posti si trovano Trentino Alto Adige (6,8%), Abruzzo (6,6%) e Basilicata (6,3%). A livello nazionale le donne imprenditrici sono più al Sud (25,8%) e al Centro (23,9%) che al Nord, con il Nord Est in ultima posizione (20,9%). A livello regionale, poi, prevalgono Molise (30,6%) e Basilicata (28,1%), con Lombardia (20,5%), Trentino Alto Adige (20,3%) e Emilia Romagna (20,2%) buone ultime. Tra le città , Napoli è al primo posto con il 26,1% di donne imprenditrici, mentre Milano è desolatamente ultima con un secco 20%.
PER VEDERE le donne salire ai vertici nel mondo del lavoro servono supporti reali alla loro vita quotidiana, che in Italia mancano. Federica Guidi, presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria, è convinta che solo con le politiche conciliative si riporterà in equilibrio la bilancia del lavoro, che in Italia pende vistosamente dalla parte degli uomini.
In Italia ormai le donne sono il 58% dei laureati, perché tanti di questi talenti poi si perdono per strada?
"Per le donne mancano supporti reali da parte dello Stato nella cura dei bambini, degli anziani, dei disabili, tutte persone che spesso gravano sulle spalle delle donne. In questo Paese continuiamo a soffrire di una carenza cronica di politiche conciliative, che sono determinante per la partecipazione delle donne al mondo del lavoro: per capirlo basta guardare ai Paesi dove le donne sono più attive nella sfera pubblica. Lì gli asili ci sono, da noi no".
Se le donne dirigenti sono solo il 12% nel settore privato, quelle imprenditrici solo il 23% e le donne nei consigli di amministrazione poche mosche bianche, forse dipende anche da un dato culturale...
"Può essere che ci siano anche dei fenomeni discriminatori, ma non sono sufficienti per spiegare questo enorme divario. La verità è che la cura dei bambini o degli anziani non porta via solo tempo alle donne, ma anche la disponibilità psicologica a impegnarsi a fondo nel mondo del lavoro. A parità di titolo di studio, le donne hanno meno disponibilità psicologica dei maschi ad affrontare la carriera, se mancano i sostegni esterni".
E quindi?
"Quindi spesso loro stesse preferiscono rimanere a livello di impiegate o di quadri piuttosto che salire a livello dirigenziale, se hanno i figli o i genitori anziani da seguire, perché non ce la farebbero a fare tutto. Solo chi può permettersi di pagarsi un sostegno con mezzi propri ce la fa a uscire di casa. Ma spesso si tratta di costi sproporzionati rispetto a quello che guadagna e quindi è logico chiedersi se vale la pena".
Lo vede anche nella sua azienda?
"Certamente. Ormai in un’azienda metalmeccanica come la nostra seguire la produzione significa viaggiare continuamente tra India, Romania e Croazia. Non basta più scendere di un piano per entrare in fabbrica. E’ chiaro che prima di far salire una donna tra i dirigenti, bisogna essere sicuri che abbia la disponibilità psicologica per allontanarsi da casa anche per lunghi periodi".
E tra i nuovi assunti ci sono molte donne con un profilo adatto alla vostra azienda?
"Il curriculum accademico delle donne è migliorato molto rispetto a una volta. Oggi ne arrivano molte laureate in ingegneria, mentre quando ho cominciato a lavorare in azienda le donne ingegnere non esistevano quasi per niente. Purtroppo, però, i laureati in materie tecnico-scientifiche sono pochi in Italia, sia tra le donne che tra gli uomini".
Non crede alle leggi che impongono delle ‘quote rosa’ nei consigli d’amministrazione, come quella proposta recentemente in Parlamento?
"Francamente non mi sembra la soluzione giusta. Capisco che di fronte all’immobilismo totale forse varrebbe la pena di provare anche questa, ma più come una provocazione che come una soluzione vera e propria. Del resto nei Paesi dove le ‘quote rosa’ funzionano davvero ci sono anche forti politiche conciliative, con servizi pubblici eccezionali di supporto ai bambini e agli anziani. Sono questi gli strumenti giusti per colmare il gap".
di ELENA COMELLI
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