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La straordinarietà dell’ondata di gelo che sta flagellando l’Europa ha finito per impattare sulla regolarità dei flussi internazionali di metano con riduzioni delle forniture russe che contribuiscono per circa un quarto alle disponibilità di metano dell’Europa e per un terzo a quelle dell’Italia
La straordinarietà dell’ondata di gelo che sta flagellando l’Europa ha finito per impattare sulla regolarità dei flussi internazionali di metano con riduzioni delle forniture russe che contribuiscono per circa un quarto alle disponibilità di metano dell’Europa e per un terzo a quelle dell’Italia.
Ad acuirne l’impatto è stata l’impennata dei nostri consumi a partire dal 31 gennaio, dopo un inverno straordinariamente mite, con un livello record il 6 febbraio. Le importazioni dalla Russia dopo un sensibile incremento da inizio anno hanno segnato una contrazione del 30% poi recuperata per un terzo. Difficoltà più contenute si sono avute anche nei rigassificatori di Rovigo e Panigaglia per il maltempo che ha impedito l’attracco delle metaniere. Contemporaneamente, però, sono aumentate, in tempo reale, le importazioni da altri paesi, specie dall’Algeria e dal Nord Europa, al punto da registrare nell’insieme, sempre il 6 febbraio, il livello più elevato da inizio anno.
Un rimpiazzo consentito dai vituperati contratti di lungo termine sottoscritti nel tempo da Eni, che hanno prezzi superiori alle quotazioni spot del metano (esplose in questi giorni) perché hanno implicito un ‘costo sicurezza’ che ci consente di fronteggiare improvvisi ammanchi come l’attuale o quello di un anno fa dalla Libia.
Altro importante ammortizzatore è quello delle scorte operative che si accumulano d’estate per coprire le punte di domanda invernali. Quelle che residuano sono rassicuranti e quattro volte superiori a quelle disponibili nella ben più difficile crisi del 2005-2006.
A queste scorte devono poi sommarsi quelle strategiche, ancor più consistenti, a cui attingere in situazioni di effettiva emergenza. Se alla flessibilità degli approvvigionamenti e alla consistenza delle scorte aggiungiamo altri ammortizzatori (contratti interrompibili e uso dell’olio combustibile in alcune centrali elettriche) possiamo dire che i compiti il nostro paese li sta svolgendo e bene.
Quel che non può dirsi per Bruxelles che sempre pronta a dar lezioni a chicchessia non ha svolto l’unico compito che gli spettava: un minimo di coordinamento tra i diversi paesi e i maggiori operatori per fronteggiare la crisi. Quattro le conclusioni che possono trarsi allo stato delle cose. Prima: la situazione è sì critica ma pienamente sotto controllo e non tale da suscitare eccessivi allarmismi. Seconda: la dipendenza dal metano è stata una scelta plebiscitariamente presa trent’anni fa dal nostro Paese di cui è assurdo oggi lagnarsi. Il problema è semmai governarla in condizioni di sicurezza ed economicità. Terzo: il nostro sistema metanifero è solido e flessibile disponendo di ammortizzatori — che fanno perno sulla presenza di Eni — che ci consentono di fronteggiare con immediatezza situazioni di criticità.
Quarto: sarebbe il caso che da questa ennesima crisi il Paese imparasse qualcosa: che non si può pretendere di aver sempre e comunque garantite le forniture di metano (o di energia) per poi opporsi alla realizzazione degli investimenti (rigassificatori, stoccaggi, estrazione metano) che potrebbero prevenire le crisi o affrontarle in maggior sicurezza. Non sarebbe male che chi si è opposto a questi investimenti, spesso per ragioni politico-elettorali, fosse chiamato in questi giorni a risponderne. Ma saremmo in un altro paese.
di Alberto Clò