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Cinque omicidi nel primo semestre 2011: nei dodici mesi precedenti neppure uno. Le cosche regolano i conti e mostrano notevole capacità di rigenerazione, mentre le 'ndrine calabresi stupiscono per la grande capacità mimetica
Roma, 8 febbraio 2012 - Cosa nostra è tornata a uccidere. E' l'ultima relazione annuale della Dna a definire il "ritorno dell'uso dell'omicidio come strumento per la risoluzione di problemi dell'organizzazione" il "dato più inquietante emerso nell'anno in esame" (1 luglio 2010-30 giugno 2011) e "ulteriormente confermato" dall'ultimo semestre del 2011.
NUDE CIFRE - "Dopo l'assoluta assenza di omicidi di tipo mafioso nel 2010, nell'intero distretto di Palermo - ricordano gli analisti della Direzione nazionale antimafia guidata da Piero Grasso- nel 2011 si sono verificati 5 episodi delittuosi, nella città e nel suo immediato hinterland, riconducibili ad attività mafiose o di tipo mafioso" (ci si riferisce agli omicidi di Davide Romano, Claudio De Simone, Giuseppe Calascibetta, Giuseppe Cusumano e alla cosiddetta "lupara bianca" in danno di Gaspare Di Maggio, uomo d'onore di S. Giuseppe Jato). Nel momento in cui l'azione investigativa ha portato alla cattura di tanti latitanti, "se la cosiddetta costituzione materiale dell'organizzazione è andata in crisi, la costituzione formale di Cosa Nostra ha ripreso importanza e tutt'ora consente alla struttura di sopravvivere anche in assenza di importanti capi riconosciuti in stato di libertà".
VIVAIO CRIMINALE - Il ricorso alle vecchie e mai abrogate regole di vita "consente all'organizzazione di sopravvivere in momenti di crisi come l'attuale. Le fonti della memoria, gli anziani, custodiscono le regole e le regole, che servono a far funzionare l'organizzazione, vengono costantemente portate a conoscenze dei soggetti più giovani" di un inesausto vivaio criminale. "Sulla scorta di questo meccanismo si può valutare la capacità di Cosa nostra di ristrutturarsi e di riorganizzarsi, mantenendo intatte la sua vitalità e la sua estrema pericolosità ed in tal senso non ci si può illudere sul fatto che lo Stato, approfittando della sua momentanea debolezza, possa più agevolmente e definitivamente sconfiggerla". Secondo Piero Grasso "deve invece continuare a giungere agli organi deputati al contrasto di Cosa nostra un flusso costante di nuovi, più affinati e sempre più efficaci, strumenti normativi e di risorse anche economiche per tenere testa all'organizzazione criminale".
41 BIS - C'è poi la mai sopita polemica sul regime carcerario. Secondo la Direziona nazionale antimafia , "il 41 bis è invece imprescindibile'' nella lotta alla mafia, per questo ''deve essere potenziato e mai attenuato, perché contro la criminalità organizzata ''si può solo avanzare e non arretrare''. E l'applicazione del 41 bis (a 686 mafiosi alla fine 2010) naturalmente,abbisogna di risorse. La relazione della Dna sottolinea che ''il numero dei detenuti sottoposti al regime speciale non può andare a scapito della qualità del servizio''. ''In sostanza - dice la relazione - se l'azione dello Stato sul territorio è vincente essa non può subire rallentamenti per carenze di struttura e proprio nel mondo delle carceri. Anzi, tali strutture devono essere potenziate" a fianco di "nuove", più "idonee", concepite "esclusivamente per l'assolvimento della funzione di prevenzione prevista dall'art. 41 bis e da destinare in via esclusiva a tale regime''.
CASO 'NDRANGHETA - Lo scenario delle matrici mafiose autoctone del primo semestre 2011 lascia poi emergere "la centralità della minaccia espressa dal variegato arcipelago criminale riferibile alla 'ndrangheta calabrese". "L'area di maggiore interesse -secondo la relazione- continua ad essere quella reggina, ove il tessuto associativo provinciale assume crescenti connotazioni unitarie, sviluppando una logica di sistema che tende a riverberarsi anche sulle proiezioni extraregionali ed estere del fenomeno delittuoso". "La peculiarità della pressione mafiosa della 'ndrangheta è leggibile nell'inquinamento di settori della pubblica amministrazione locale, con particolare riguardo all'utilizzo di raffinati sistemi intrusivi della sfera politico-amministrativa in enti territoriali caratterizzati da esigua popolazione e bassa densità abitativa". Ma in Calabria anche la sanità "continua a costituire uno dei settori maggiormente esposti al condizionamento mafioso, al punto di essere considerata in permanente emergenza anche in ragione degli elevati deficit finanziari che l'affliggono".
PATRIMONI & PRESTANOME - Per la Dna "l'analisi dei meccanismi di accumulazione finanziaria illecita dei sodalizi calabresi mette in luce non solo un crescente mimetismo, con l'interposizione di prestanome al fine di celare la radice delittuosa dei patrimoni, ma anche uno spostamento degli interessi economici, dall'acquisizione di beni immobili ad una sempre più estesa attività di impresa, funzionale alle infiltrazioni nell'economia legale".