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Reportage dalla Grecia "Molti hanno perso la speranza"

Alla vigilia del voto Atene è una città in ginocchio

Vigilia elettorale: I conservatori di Nuova Democrazia e la sinistra radicale di Syriza si contendono la vittoria alle urne

di Filippo Mazzotti

Due 'evzones', membri della guardia d'elite presidenziale greca, davanti alla tomba del Milite ignoto ad Atene (Ansa)
Due 'evzones', membri della guardia d'elite presidenziale greca, davanti alla tomba del Milite ignoto ad Atene (Ansa)

Atene, 16 giugno 2012 - C’È UNA BATTUTA consolatoria che gira da qualche anno fra i governanti europei e che non fa poi così ridere: «Tutti noi sappiamo quello che si deve fare, quello che non sappiamo è come essere rieletti dopo averlo fatto». Si dice che appartenga a Jean-Claude Juncker, presidente dell’Eurogruppo, ma l’attribuzione è incerta. Quel che è certo, invece, è che risale almeno al 2007 e questo spiega molto. Quando la crisi è arrivata i primi a non credere di poterla affrontare con gli strumenti della politica non erano i governati ma i governanti, che pure a essa devono la loro presenza al potere.

MA PER FARSI un’idea di come funzioni questo nuovo tipo di lotta, quella delle istituzioni nazionali e internazionali contro i loro popoli, bisogna andare dove le ostilità sono cominciate, ovvero ad Atene. In via Prassitele c’è un banale condominio in zona semicentrale. Sul citofono i campanelli sono sedici; sul portone le scritte ‘poleitai’ ovvero ‘vendesi’ sono due, gli ‘enoikiazetai’, cioè ‘affittasi’, dieci. In tutta Atene non c’è verso di trovare un edificio che di quei cartelli non ne esponga almeno tre o quattro. Dovunque gli ‘enoikiazetai’ sono in larga maggioranza rispetto ai ‘poleitai’. E se questa situazione ad Atene riguarda soprattutto le abitazioni private, a Salonicco coinvolge quasi esclusivamente i negozi. Lungo le via Olgas e Tzimiski, che attraversano la seconda città della Grecia dalla periferia al centro, si arrivano a contare fino a sette vetrine consecutive che espongono quello stesso segno di resa: enoikiazetai.

NEL QUARTIERE ateniese della rivolta, Exarchìa, il mercato popolare di Kallidromìou è più materia per gli antropologi che per i turisti. Sembra l’Asia, se non fosse per il Licabetto sullo sfondo. La quantità e la densità dei banchetti è degna di Saigon. Tutti vendono le stesse tre cose: frutta, pesce, uova. È qui, fra i vecchietti sdentati e le signore con la busta della spesa e i piedi gonfi, che spuntano i cattivi maestri coi volantini. Poche decine di metri e fai incetta di inviti ad assemblee più o meno pubbliche, in realtà semiclandestine, che si terranno nel pomeriggio. Le signore del mercato si portano la seggiola da casa e si dispongono sul marciapiede per assistere al comizio. A tenere col fiato sospeso tutte le cancellerie e i board bancari del mondo non sono i barbudos di Antyrsa, ma queste donne. E ciò, vada come vada, è motivo di intensa soddisfazione.

IL TRAMONTO ad Atene va ammirato dal colle del Licabetto. Da lì tutte quelle realtà, le vie, i monumenti, i palazzi istituzionali, le esistenze individuali, diventano luci, che si accendono quando fa scuro, o che restano spente. Le prime ad accendersi sono le navi, al largo del Pireo, poi la Voulì, il Parlamento a piazza Syntagma, e lo stadio Kallimarmaro. E poi le piscine, fin troppo numerose sugli attici dei palazzi, e le piazze, le vie ed i condomini, secondo una scala di luminosità e di densità che, forse, è indice del reddito di chi ci vive, o forse di quanto rancore ha accumulato. Chissà quanta luce in più, o in meno, ci sarebbe senza tutti quegli enoikiazetai?
 

di Filippo Mazzotti

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