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Scoperta una 'nuova mafia'
a Gela: 28 arresti

Il gruppo creato da Giuseppe Alferi, detenuto a Catanzaro

Dal 2005 a oggi, secondo gli inquirenti, il clan di Alfieri ha controllato estorsioni, usura, ricettazione, furti, anche con l'uso delle armi. A far crollare il muro di omertà è stata la collaborazione di alcuni pentiti, tra i quali Emanuele Cascino, figlioccio e fedelissimo del boss

Un'auto della polizia (Newpress)
Un'auto della polizia (Newpress)

Caltanissetta, 15 gennaio 2013  - Un’organizzazione criminale considerata vicina a Cosa nostra ma capeggiata da una sorta di battitore libero è stata scoperta a Gela dalla Squadra Mobile di Caltanissetta che ha eseguito la scorsa notte 28 arresti nell’operazione “Inferis”.

Il gruppo, creato e guidato da Giuseppe Alferi, 50 anni, attualmente detenuto a Catanzaro, controllava estorsioni, usura, ricettazione, e commetteva danneggiamenti e furti. Dal 2005 a oggi, secondo gli inquirenti, il clan ha compiuto svariati attentati incendiari ai danni di auto e portoni, e intimidazioni con colpi di pistola contro le saracinesche di attività commerciali. Fra le vittime, anche molti esponenti delle forze dell’ordine.

Il”gruppo Alferi”, i cui membri sono in maggioranza legati da rapporti di parentela tra loro e con il boss, compresi suoi fratelli, cugini e nipoti, era pronto a usare le armi, secondo le indagini della Squadra Mobile di Caltanissetta, guidata da Giovanni Giudice, e coordinate dalla Dda nissena. L’organizzazione, tra l’altro, imponeva il prezzo della frutta (in particolare delle angurie nel periodo estivo), era dedita alla raccolta di materiale ferroso e occupava per poi “rivenderle” le case popolari dell’Iacp.

Il clan era suddiviso in squadre: c’era chi si occupava di furti nelle abitazioni, chi depredava case di campagna, chi andava alla ricerca di ferro, rame, alluminio e altro materiale metallico, chi giocava il cosiddetto “cavallo di ritorno”, cioè restituiva la refurtiva dietro il pagamento di una somma di denaro.

Le indagini si sono avvalse della dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, tra i quali Emanuele Cascino, figlioccio e fedelissimo del boss, a tal punto che si era fatto tatuare sulle spalle il volto di Giuseppe Alferi.

Cascino ha cominciato a collaborare con la giustizia perché a causa di contrasti sorti in seno al clan temeva per la vita sua e dei suoi famigliari. Tra l’altro, Cascino aveva subito tre attentati, l’ultimo dei quali nel giugno del 2010.

I 28 indagati, sono accusati a vario titolo di associazione mafiosa finalizzata alle estorsioni, all’usura, ai furti e ai danneggiamenti.

Giuseppe Alferi, impartiva ordini dal carcere nascondendo i suoi ‘pizzini’ in pacchi di fazzolettini che consegnava ai suoi familiari durante i colloqui. Secondo l’accusa, ad aire per suo conto c’erano la moglie Silvana Cialdino di 46 anni e l’amante Maria Azzarelli, anche lei di 46 anni , detta “Maria Maccarruni”. Quest’ultima, sostengono gli inquirenti, manteneva i rapporti con gli altri affiliati dell’organizzazione, e faceva da anello di congiunzione della banda: custodiva le armi, si occupava della gestione degli immobili dello Iacp occupati abusivamente per essere poi “rivenduti”, e degli altri affari illeciti del clan.

L’Azzarelli è accusata anche di aver gestito un vasto giro di usura, con la complicità di Antonella Bignola, 29 anni, che lavorava nella sala Bingo di Gela e poteva così individuava e segnalare agli strozzini persone in difficoltà e con il vizio del gioco.

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