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Levi, il sofferto ritorno da Auschwitz

In edicola con i nostri giornali il romanzo "La tregua"

Per celebrare il Giorno della Memoria (27 gennaio) QN Quotidiano Nazionale, Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno propongono ai propri lettori “La Tregua”, il celebre romanzo di Primo Levi

“La Tregua”, di Primo Levi
“La Tregua”, di Primo Levi

Firenze, 22 gennaio 2012 - Primo Levi, nato a Torino il 31 luglio 1919, non aveva l’aspetto di uno scrittore, ma di uno scienziato. I suoi antenati, ebrei piemontesi, provenivano dalla Spagna e dalla Provenza. Studente, prediligeva biologia e chimica, materia nella quale si laureerà, con lode, nel 1941. Storia e letteratura non erano nelle sue corde, sebbene avesse avuto come insegnante Cesare Pavese.

Attratto dalla ricerca scientifica, trova occupazione nei laboratori di una cava d’amianto presso Lanzo, dove fu assunto, si direbbe oggi come precario, in quanto si portava appresso il marchio di appartenere alla razza ebraica. Il suo compito era isolare il nichel rinvenuto nei materiali di discarica, che svolse con passione e competenza, e fece rivivere nella raccolta di narrazioni Il sistema periodico. Grazie al lavoro scientifico si scopre scrittore. Raccontare quanto di nuovo apprende e vede sarà sempre la chiave per aprire l’universo delle sue storie.

Non ci fosse stata la guerra, e non fosse finito ad Auschwitz, avrebbe forse continuato a estrapolare le sue trame dalle esperienze di laboratorio, un mondo unico e affascinante, ma non spietato e vero come quello della sua prigionia e del suo viaggio di ritorno che ricostruisce nel romanzo La tregua seguito di Se questo è un uomo.

Con l’avvento delle leggi razziali, la sua vita divenne difficile; animato da ideali libertari, confluì in una formazione partigiana che operava in Val D’Aosta. Ma nel dicembre del 1943, venne arrestato dalla milizia fascista presso Saint Vincent e, dal campo di transito di Fossoli, il 22 febbraio 1944, stivato su un vagone merci con altri prigionieri, finirà a Auschwitz in Polonia. Il suo numero di matricola fu il 174.517. Fino alla liberazione dell’Armata Rossa, il 27 gennaio del 1945, resta al campo di Buna- Monwitz, definito Auschwitz terzo.

La tregua, dicevamo, narra del suo ritorno in patria, un viaggio che si rivelerà difficile e travagliato, ma che gli farà conoscere città, paesaggi e persone nuove. Levi lo scrive riprendendo alcuni appunti, perduti e ritrovati, che aveva vergato proprio durante il tragitto. Gli serviranno come riferimento, una mappa ideale per ritornare non nella desolazione del campo di concentramento del primo libro, dove, tutto, è grigio, vuoto, avvolto in una cappa di gelo e di morte, con l’odore dolciastro dei forni crematori, ma verso spiragli di luce: quelli della riconquistata libertà, avvenuta un mattino come per caso e portata da uomini russi a cavallo, che non hanno i toni ispidi e taglienti dei nazisti e del loro imperativo e tagliente urlo di Wstawac: alzarsi, che irrompeva al mattino, togliendo i prigionieri dal tepore delle coltri per trasferirli nel gelo, nel fango e in ogni genere di sevizie e sofferenze.

La Tregua, anche panoramica di vari paesaggi europei, tra cui Bielorussia, Ucraina, Romania ed Austria, ci fa vedere uno stuolo di prigionieri liberi alle prese con difficoltà che prennunciano tempi migliori; un libro, se vogliamo, anche di speranza, ma di un speranza temporanea. Secondo Levi, la vita altro non è che una tregua, più o meno lunga, in attesa della morte. Una morte inevitabile, perché questo è il destino dell’uomo. E, sotto questo aspetto il mondo, tutto il mondo, altro non è che un campo di concentramento e di sterminio.

Levi è un inviato speciale sulle estreme frontiere del dolore e della desolazione. Quelle frontiere dove l’uomo, perduta ogni cognizione di umanità, diviene assassino non solo del prossimo, ma anche di se stesso, in quanto distrugge Dio e la civiltà. Infine, dopo tanto peregrinare, il prigioniero Levi torna a casa. Ma niente sarà più come prima. Guerra e prigionia gli hanno oscurato sogni, gioventù, speranze. Sarà un uomo diverso, sempre proteso a capire cosa spinga gli umani a preferire l’odio e la guerra all’amore e alla pace. Un messaggio forte e attuale, e che specie i giovani dovrebbero conoscere. Levi saprà venir loro incontro. Il suo stile, cronachistico e descrittivo, da inviato appunto, è attuale come quello che ci racconta. La memoria del dolore.

di Vincenzo Pardini

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