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Christo: "Così impacchetto terra e cielo"

Bagno di folla a Capena per la Lezione dell’artista

La mostra del genio bulgaro che incarta monti, fiumi e monumenti è visitabile a Capena fino all’8 settembre e si intitola 'Christo and Jeanne-Claude – Opere nella Collezione Würth'

L'artista Christo
L'artista Christo

Roma, 20 febbraio 2012 - C’È CHI I CHIODI li usa per appendere quadri e chi cerca quadri per i propri chiodi, chiodi che fabbrica a milioni e milioni in ogni lega e foggia. E’ il caso dei Würth, famiglia tedesca del Baden Wuerttemberg, che in mezzo secolo ha trasformato una ferramenta di paese in una multinazionale con decine di stabilimenti, in molti dei quali sono stati allestiti, entro le stesse mura, dei veri musei con le 15 mila opere raccolte da Reinhold Würth in decenni di ascolto attento del mercato dell’arte contemporanea. E’ il caso anche di Capena, qui alle porte di Roma, sicuramente più nota per la grande mostra dedicata a Christo, il geniale artista degli imballaggi giganti, che per la Würth. La cui sede madre, a Kuenzelsau, nel 1995, è stata pure impacchettata dall’a alla z, lasciando per settimane operai e impiegati in una condizione di ovattata straniazione.

MA IERI MATTINA, è stata la periferica sede italiana ad esser presa d’assalto da un migliaio di romani per partecipare alla 'Lecture' dell’artista, una lezione magistrale dell’inossidabile genio bulgaro di nascita, francese di adozione, ma cittadino di New York, dove per un quarantennio ha elaborato i suoi fantasmagorici progetti artistici, in stretto connubio creativo con la moglie Jeanne-Claude, scomparsa tre anni fa. Tanto che la mostra allestita a Capena fino all’8 settembre è intitolata proprio “Christo and Jeanne-Claude – Opere nella Collezione Würth”. Magrissimo, sguardo ieratico ma ignaro d’alterigia, lunghi capelli bianchi da Cristo bramantesco, l’artista s’è dapprima confuso tra la gente lasciandosi inseguire da critici e intervistatori e poi, in Aula Magna, s’è seduto in mezzo al pubblico prendendo improvvisamente la parola, dopo i saluti introduttivi, come fosse uno dei tanti.

SENZA SOTTRARSI alle domande e alle curiosità dei partecipanti, anche quando l’ora inoltrata consigliava di interrompere la performance per andare a tavola. Ma lui, che pratica il digiuno meridiano, è rimasto imperterrito nella hall ad autografare e dedicare manifesti e cataloghi ai suoi fan disciplinatamente in attesa nell’inesauribile fila.
Una lezione dapprima “accademica”, con il tecnico che snocciolava cifre su cifre: dimensioni delle installazioni, quantità e composizioni dei tessuti, consulenze tecniche e relazioni economiche. E poi i rapporti con le autorità, i permessi, le autorizzazioni, ecc. Argomenti quest’ultimi che spiegano la quantità di progetti “italiani” rimasti sulla carta. Ma poi è stato il momento delle sorprese, delle idee. Quando ha raccontato di lui e Jeanne-Claude, nati lo stesso giorno, dello stesso mese, dello stesso anno a 1200 chilometri di distanza, sotto il segno dei gemelli, il 13 giugno 1935. O del suo modo di passare dall’oggetto dell’arte, all’arte dell’oggetto. Raccontando come è arrivato a produrre le sue grandi opere in spazi aperti. I “Gates” di Central Park, i fiumi ingabbiati, le montagne incartate, l’impacchettamento del Reichstag. "La gente – spiega - deve avere esperienze forti e memorabili fuori dai musei d’arte". I suoi lavori sono "gentili disturbi temporanei tra la terra e il cielo per ricalibrare le nostre impressioni". Come il Running Fence, la fascia di nylon alta cinque metri che con i suoi 39 km ricrea la muraglia cinese in California. Acuti inni alla libertà. Come la sua prima grande opera, personale risposta al muro di Berlino: una barriera colorata di 204 barili di petrolio.

 

Stefano Grassi
 


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