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La confessione di un'anima in fuga

Tante emozioni, tante domande: il lungo giorno con i frati della Verna

La sorpresa, verso sera, una sensazione forte: ho voglia di un film, del chiasso di un dancing
 

di Luca Goldoni

Luca Goldoni
Luca Goldoni

HO NARRATO il mio arrivo a La Verna e ora chiudo il racconto. Avevo chiesto d’esser svegliato presto al frate portinaio, anziano, rotondo, col basco, i pantaloni, le bretelle e un grappolo di grosse chiavi alla cintola. Dice messa alle 6, da solo, da quarant’anni. Nel 1943 cuoceva il pane nel forno quattro volte al giorno perché in convento si erano rifugiati 3000 civili. Un giorno un colonnello della Wehrmacht era entrato mentre un frate stava ripassando Haendel all’organo. Si avvicinò e gli disse in un latino di sopravvivenza: “Si sonare quoque pro me, ego tibi dabo quod vis”. L’organista sapeva che c’erano due ostaggi destinati ai lager e barattò la loro liberazione con un adagio di Vivaldi.

ALLE 5,30 Fra-portinaio bussa, fa freddo, mi vesto con sotto il pigiama, attraverso interminabili e lugubri corridoi, centinaia di piccole porte di rovere con dietro nessuno. Scendo in una cripta, il francescano ha indossato i paramenti sulle bretelle. Siamo noi due. Da quanti anni non ascoltavo una messa? E quanto tempo passerà ancora? E perché adesso sono così compreso? Qual è il segreto confine tra autosuggestione e consapevolezza? Davanti a me c’è una crocefissione di Andrea Della Robbia con i suoi smalti bianchi e azzurri straordinariamente splendenti dopo cinque secoli. Il frate fa tutto lui, io non so rispondere: quando avevo dieci anni e servivo messa rispondevo in latino (e sceglievo sempre il lato del messale, perché ero atterrito dall’idea di inciampare e rompere tutto se mi fosse toccato il lato delle ampolle).

ALLE 7, CAFFELLATTE in refettorio (perché è così inconfondibile il caffellatte dei refettori?). Poi si va in visita: la grotta di San Francesco, il precipizio in cui fu spinto dal diavolo, la roccia delle stigmate. Ma sono ancora psicologicamente lontano da questi prodigi di fede. Mi emoziona di più questa fiaba di bosco che pare disegnata da Dorè, questa nebbia appesa agli abeti, questi dirupi da primo giorno del mondo. Mi gira nella mente un pensiero appena letto: Dio è nascosto, sconosciuto come è sconosciuta la persona che incontriamo: cerchiamo di scoprirla e tante volte non ci riusciamo. Ecco, vorrei parlarne con frate Alfonso, ora che siamo attorno all’organo e le seimila canne, scatenate in una fuga di Bach, si avvertono più con i visceri che con le orecchie. Vorrei star qui con frate Alfonso: forse la fede è un sottile spiraglio che un’anima semplice ti schiude. E invece è già mezzogiorno e i frati vogliono che desiniamo assieme, sperduti nello sterminato refettorio con seggiole e fratine per duecento. Càpito accanto a un francescano giovanissimo, gli occhialini tondi in acciaio da maitre à penser, e allora mi viene spontaneo chiedergli (a bassa voce, come dietro la grata del confessionale) un giudizio sulla Chiesa, che continua a perdere fedeli soprattutto a causa della sua ossessione sessuofobica: Gesù fu più tollerante.

LUI NON SI SCOMPONE e mi offre la sua sintesi tagliente. Venti secoli fa Agostino lasciò una gioventù dissoluta e approdò alla fede. Ma per il resto della vita fu tormentato dal rimorso del sesso peccaminoso. Ebbene le sue ossessioni divennero dottrina, dogma,con effetti devastanti per le comunità di oggi, perché il rifiuto degli anticoncezionali moltiplica i tentacoli dell’Aids e provoca nel terzo mondo quel vertiginoso sviluppo demografico, causa di disperazione e morte

MA LE NOSTRE PAROLE sono sommerse dal brusio del refettorio. Credevo fosse d’obbligo il silenzio e invece i frati tifano e si sfottono per le squadre del cuore e mi ricordano i frati di Rossellini nell’episodio di Paisà: il loro candore sprovveduto che conquista l’ironica, ben pasciuta dialettica dei cappellani della V armata. Commettiamo in allegria tanti peccati di gola. Ma verso sera provo una sensazione forte e improvvisa: la voglia di andar via, lontano da questa nebbia, da questo eremo, da questi antichi silenzi, da questi pensieri. Ho voglia di vedere un film qualsiasi, di sentire il chiasso di un dancing, di veder ragazze su una spiaggia. E trovo naturale dirlo al mio amico frate guardiano: gli spiego i sintomi come se parlassi con il cardiologo.
Forse, mi dice quietamente, lei ha fatto un tuffo troppo profondo, forse si è intossicato con una dose troppo forte, troppe emozioni sconosciute, forse deve smaltirle. Non è strano che se ne voglia andare. Forse non sarà neppure strano se, tra un mese o fra un anno, una sera si ritroverà qui.
Fine
di Luca Goldoni


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