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Era un uomo di 5300 anni fa, ma il suo sangue era esattamente come il nostro. Dopo oltre vent’anni dal suo ritrovamento, gli scienziati non smettono di analizzare Oetzi, la mummia del Similaun, e dallo studio emergono nuove scoperte
di Beatrice Bertuccioli
di Beatrice Bertuccioli
Roma, 3 maggio 2012 - Era un uomo di 5300 anni fa, ma il suo sangue era esattamente come il nostro. Dopo oltre vent’anni dal suo ritrovamento, gli scienziati non smettono di analizzare Oetzi, la mummia del Similaun, e dallo studio emergono nuove scoperte.
La più recente ha portato all’identificazione del sangue più antico della storia. Un gruppo italo-tedesco di ricercatori ha esaminato con un microscopio atomico sottili campioni di tessuto prelevati vicino alle ferita sulla schiena, provocata da una freccia, e a quella da taglio sulla mano destra di Oetzi. "Non sapevamo quanto a lungo si potesse conservare il sangue, né tantomeno come si presentavano i globuli rossi dell’uomo durante l’età del rame", ha spiegato Albert Zink, direttore dell’Istituto per le Mummie e l’Iceman dell’Accademia Europea di Bolzano. E proprio dal centro di ricerca altoatesino sono partiti gli studi poi condotti insieme a Marek Janko e Robert Stark, entrambi ricercatori al Center of Smart Interfaces della Technische Universitaet di Darmstadt (Germania), e pubblicati sul Journal of the Royal Society Interface.
Oetzi era stato rinvenuto il 19 settembre 1991 sotto il Giogo di Tisa, sul ghiacciaio del Similaun, in val Senales, al confine tra Italia e Austria, a oltre 3.200 metri di quota. Ha da subito destato grande interesse la storia dell’'uomo venuto dal ghiaccio', inizialmente conteso tra Italia e Austria, poi circondato anche da leggende fosche per la scomparsa, in tragiche circostanze, di persone legate al suo ritrovamento.
Oetzi è gelosamente e amorevolamente custodito a Bolzano, nel Museo Archeologico dell’Alto Adige, che ha creato per lui un percorso espositivo apposito e un adeguato sistema di conservazione, ed è sempre meta di moltissimi visitatori. Oetzi ha rivelato molte cose agli studiosi. E’ stato ricostruito il suo vestiario, il suo armamento, sono stati esaminati residui di cibo nell’intestino per capire di cosa si fosse cibato, è stata accertata la causa della sua morte: lui, cacciatore, trafitto alla schiena dalla freccia di un rivale.
Ma del suo sangue, finora, non era stata trovata traccia. Anche le analisi dell’aorta non avevano fornito alcuna risposta in tal senso. Questa volta, però, il team di ricerca si è avvalso di un microscopio a forza atomica per analizzare sottili campioni di tessuto prelevati nell’area attorno alle ferite alla schiena e alla mano.
L’apparecchio analizza i campioni grazie a una punta sottile che percorre minuziosamente le superfici di tessuto e, per mezzo di sensori, ne registra dettagliatamente la forma. In questo modo si ottiene un modello digitale a tre dimensioni del tessuto. Sulle superfici è stata così scoperta la presenza di globuli rossi con la loro classica forma a ciambella, esattamente come i globuli rossi del nostro sangue. "Poi, per essere certi al cento per cento che si trattasse di vere e proprie cellule del sangue e non di polline, batteri o di un’impronta lasciata da una cellula ormai scomparsa, abbiamo adoperato un secondo metodo di analisi: la cosidetta spettroscopia di Raman", ha spiegato Janko Stark. Anche questa analisi ha confermato che i globuli rossi di Oetzi hanno lo stesso aspetto dei campioni moderni di sangue umano e ha inoltre rivelato la presenza di fibrina, la proteina che regola la coagulazione del sangue. La fibrina emerge nelle ferite fresche e successivamente tende a diminuire. Questo conferma la tesi che Oetzi — ha precisato Albert Zink — sia morto subito dopo essere stato ferito dalla freccia e non nei giorni successivi, come era stato ipotizzato inizialmente". Colpito a morte, su quel ghiacciaio, che lo ha poi custodito per oltre cinquemila anni.