Si chiama Carfizzi
ma sembra Macondo
I transfughi e gli emigranti di Carmine Abate. L'epopea degli avi albanesi venuti in Italia nel Quattrocento per sfuggire ai turchi
Carfizzi è uno di quei borghi fondati in Italia dai profughi dell’antica Albania fuggiti nel Quattrocento davanti all’avanzata dei turchi. Da qui, tra le colline del Crotonese, un bel giorno un ragazzino di nome Carmine Abate parte per andare in Germania. Giovanissimo emigrante parla l’arberesh (la lingua dei lontani progenitori) e l’italiano imparato a scuola. Ha appena 16 anni. A 30 già pubblica, addirittura in tedesco, il suo primo libro di racconti, "Il muro dei muri", e sempre in tedesco l’inchiesta "I Germanesi".
Oggi Abate, che di anni ne ha 52, è un autore affermato con un irresistibile gusto nel raccontare e una scrittura ricca di vita vissuta in un italiano molto speciale, spolverato di parole misteriose, che, come la voce di un cantastorie, risuona tra contemporaneità e mondi arcaici. Cinque romanzi, tradotti e pluripremiati, attorno all’epopea degli emigranti e al leggendario passato della piccola patria Carfizzi, che sulla pagina è diventata Hora (in arberesh significa Paese), ormai una sorta di Macondo italiana da cui tutto parte e in cui tutto ritorna. Da alcuni anni l’autore vive con la famiglia a Besenello (TN) dove fa l’insegnante.
Carmine Abate, il suo è un nome italiano classico del Sud. Ma il suo antenato di cinquecento anni fa come si chiamava?
«Piacerebbe anche a me saperlo, purtroppo i documenti sopravvissuti partono dal 1800. Però ogni tanto in qualche archivio trovo tracce di nomi arberesh, come Dramis, Basta, Varipapa. In futuro chissà».
Quando ha scoperto di aver un passato così remoto?
«Il primo giorno in prima elementare, quando la maestra ci ha accolti e salutati in italiano, lingua che non capivamo perché noi eravamo cresciuti parlando arberesh».
Tutti i bambini di Carfizzi parlano arberesh?
«Tutti anche oggi. Ricordo che allora doveva esserci l’interprete, nel mio caso era una ragazza di quinta che nel frattempo aveva imparato l’italiano. Adesso non ce n’è più bisogno. L’italiano si impara all’asilo e ascoltando la televisione».
A casa poi chi le ha spiegato il mistero?
«La nonna, ma a modo suo, cantandomi le antiche rapsodie popolari tramandate di generazione in generazione».
Per esempio?
«Quella dell’eroe Scanderbeg sul letto di morte che dice al figlio: prendi tua madre e tre galee e fuggi da qui altrimenti il turco ucciderà te e farà prigioniera tua madre».
Sono stati questi antichi canti ad accendere la sua vena di scrittore?
«No, è stato l’incontro con l’emigrazione. Mi sono messo a scrivere, anzi ho sentito davvero l’urgenza di farlo, proprio dopo aver scoperto che cosa significava essere emigranti».
Perché, come se li immaginava?
«Quando sono andato in Germania avevo appena 16 anni e fino a quel momento avevo ascoltato i racconti di mio padre e degli altri nei loro brevi ritorni al paese. Ma nella mia testa di ragazzino quelle storie di sacrifici e privazioni mi sembravano avventure emozionanti. Insomma le avevo parecchio mitizzate».
In quale città è arrivato la prima volta?
«Ad Amburgo dove mio padre lavorava nei cantieri stradali».
Carfizzi-Amburgo con chi?
«Da solo».
A 16 anni e con un po’ di paura?
«No, non ho avuto paura. Ho preso il treno a Crotone e dopo un giorno e due notti sono arrivato, senza sbagliare o perdere una coincidenza».
Come ricorda la scoperta del nuovo mondo?
«Con la fabbrica di cetrioli sott’aceto dove ho lavorato per tutta l’estate. Tornavo a casa distrutto, ma orgoglioso di me e della paga che ricevevo».
Dove tornava, da suo padre?
«No, mio padre abitava negli alloggi del cantiere. Io ero ospitato da una famiglia di zii».
E con la lingua?
«Le poche parole necessarie per la fabbrica. Bisognava lavorare non fare conversazione. Da allora sono andato, ogni estate, fino alla laurea. E dopo ho insegnato nelle scuole degli italiani, a Colonia, Bielefeld, Amburgo, Brema, Lubecca».
A Lubecca avrà respirato anche le atmosfere di Thomas Mann?
«Sfortunatamente in quel periodo avevo altri problemi. Thomas Mann e la cultura tedesca li ho scoperti dopo».
Chi sono i germanesi che danno il titolo al suo secondo libro?
«E’ un libro che mi è caro, ha avuto gli elogi e la prefazione di Norbert Elias ed è frutto di una ricerca sull’emigrazione compiuta insieme a Meike Berhmann che poi è diventata mia moglie. I germanesi sono i lavoratori italiani che vivono una specie di vita capovolta, con i piedi al Nord e la testa al Sud, e che parlano una lingua ibrida fatta di italiano, tedesco e dialetti vari».
Perché si è poi stabilito in Trentino?
«Perché il paese di Besenello è circa a metà strada tra Carfizzi e Amburgo».
Dai 16 anni trasferimenti continui. Come lo spiega?
«Con la mancanza di lavoro e forse anche col Dna dell’emigrante trasmessoci da qualcuno dei nostri antenati».
Lei vive immerso nel multilinguismo, italiano, tedesco arberesh...
«...e anche francese, calabrese, germanese e ora trentino».
Ma in quale lingua pensa nella vita quotidiana?
«Penso in arberesh, la lingua del cuore, segue una immediata traduzione simultanea in italiano, la lingua del pane».
E quando scrive un romanzo?
«Lo stesso. In quel caso però ci sono parole che si impigliano nella pagina. Arberesh, germanesi, calabresi o altro, alcune sono proprio un’esca perché evocano storie inattese che a volte mi costringono ad imboccare strade narrative diverse da quelle che avevo progettato».
Lei sembra l’esempio vivente della Babele europea.
«Ma no, perché dice Babele?».
Perché ci sono ventitré lingue diverse.
«Eppure si può essere europei e conservare la propria cultura. Basta non chiudersi».
Lo dicono in tanti, ma sembra una frase fatta.
«Invece proprio la vicenda della nostra minoranza è un buon esempio. Fin dai più lontani secoli abbiamo avuto scambi e aperture di ogni genere, compresi i matrimoni misti. Se ci fossimo barricati nella comunità oggi saremmo o scomparsi o una riserva indiana. Invece ci siamo ancora, europei e italiani ma con la nostra particolarità».
Carlo Donati
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