La triste ballata di Zizou
o della follia del calciatore
Perché Zidane ha atterrato il difensore azzurro Materazzi con un'incornata al petto nella finale dei Mondiali? Il professore di sociologia Sergio Manghi ha provato a dare delle risposte nel suo libro
Roma, 8 giugno 2007 - Olympia Stadion di Berlino. 9 luglio 2006. Si gioca Italia - Francia. E' la finale del Campionato del Mondo di calcio. Ed è anche la l'ultima partita di Zinedine Zidane, uno dei più grandi numeri dieci di sempre. Il campione è stanco del pallone e ha annunciato il ritiro.
Mancano pochi minuti, poi l'arbitro metterà in bocca il fischietto e ci soffierà dentro per tre volte, decretando la fine dei tempi supplementari. Improvvisamente, il gioco si ferma. Guardando la tv, milioni di persone non capiscono cosa sia successo. Poi la moviola chiarisce tutto.
Zidane ha atterrato Materazzi con una violenta testata al petto. Stava corricchiando, si è fermato, si è girato e ha colpito il difensore azzurro. Incredibile. La conseguenza è inevitabile: cartellino rosso. Zizou non protesta, rimane impassibile e se ne va. E' costretto a passare accanto alla Coppa, già esposta a bordo campo. Non riesce a lanciarle nemmeno un'occhiata e a testa bassa sparisce nel buio delle scale che portano agli spogliatoi. Un'immagine che sembra annunciare la sconfitta francese.
Per giorni e giorni tutti gli appassionati di calcio si sono chiesti cosa avesse potuto scatenare in Zidane una reazione così furiosa. Nemmeno la Commissione Disciplinare della Fifa l'ha chiarito.
Se lo è domandato anche Sergio Manghi, professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Parma. Le risposte che si è dato le troviamo in "Zidane. Anatomia di una testata mondiale". Un "testo per voce recitante" che si avvicina a una ballata. Scelta coraggiosa per parlare di calcio.
Ma un po' di poesia serve per raccontare Zidane. Uno che, certo, sapeva tirare forte. Però il vero Zizou era quello che faceva venire i brividi a chi lo vedeva giocare con le sue finte, i suoi scatti improvvisi, i suoi dribbling. E soprattutto con il suo "marchio di fabbrica": il tocco con la suola dello scarpino. Quando lo usava, la palla diventava la guancia di un bimbo e il suo piede la mano del padre che lo accarezza con infinita dolcezza. Poi la relazione tra lui e il pallone diventava quella tra due amanti, non c'era modo di separarli. Andava in scena una danza così perfetta che nessun avversario riusciva a interrompere. Poesia pura.
Cosa può aver detto, dunque, Materazzi per far indiavolare a tal punto il "poeta" Zidane? Secondo Manghi, non è questa la domanda corretta da porsi. E' "come nella storia dell'ubriaco che aveva perso le chiavi, e le cercava sotto un lampione perché lì ci vedeva bene, anche se le aveva perse da un'altra parte. Non è lì, sotto il lampione dove vediamo con chiarezza Zidane girarsi di colpo e sferrare la celebre incornata. Non è lì che troveremo la verità. Materazzi c'entra poco o nulla. La verità va cercata in quel che sta accadendo tra Zidane e la patria francese".
Aveva già detto addio alla nazionale, ma un'intera nazione lo aveva ha richiamato a gran voce a vestire la maglia dei bleus. Era già stato il condottiero del trionfo mondiale del '98 e i francesi lo vedevano come l'unico in grado di risollevare le sorti di una squadra in crisi. Giornali e tv avevano contribuito a rimarcare il suo ruolo di "talento magico". Lui, figlio di immigrati algerini, cresciuto nei dintorni del porto di Marsiglia, era il solo che potesse unire e guidare una nazionale multietnica.
Zidane era carico delle attese, delle speranze, dei sogni di un intero Paese. Ha sopportato quel carico finché ci è riuscito. Finché è stato capace di dirigere i suoi compagni nell'esecuzione di una perfetta e grandiosa sinfonia che sembrava portare la Francia al suo secondo alloro iridato. Ma la fine della partita si avvicinava e i galletti, pur dominando sul campo, non riuscivano a segnare. E per Zizou quel carico si è fatto pian piano troppo pesante: quando non ce l'ha fatta più ha sfogato la sua rabbia e la sua frustrazione contro il petto di Materazzi. Che in quel momento non era Materazzi, ma il simbolo del suo fallimento.
Sono questi i motivi che per Manghi hanno portato Zidane a chiudere in maniera tanto ingloriosa una carriera stupefacente. Ma è meglio leggerli tutto d'un fiato, seguendo il ritmo della ballata del professore. Fino al malinconico epilogo, quando Zizou "sfumerà via mestamente dal suo ultimo stadio/ in una nuvola amara di fischi e di silenzi attoniti/ guaritore irrimediabilmente ferito/ smarrito sull'ultimo dribbling/ triste/ solitario/ finale".
di Mattia Martini
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