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'Il fado di Coimbra' di Carlo Giacobbe
Un viaggio nella musica lusitana

Il saggio che Carlo Giacobbe ha dedicato a 'Il fado di Coimbra' è una vera e propria lezione: la musica come espressione dei sentimenti più profondi che sono nel cuore dei lusitani: il viaggio, la conquista, la solidarietà e la comunione, la fede e l'amore

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La copertina del libro 'Il fado di Coimbra' Bologna, 15 aprile 2008- Il saggio che Carlo Giacobbe, giornalista dell'Ansa che ha viaggiato mezzo mondo e musicologo e cantante amatoriale di raffinata tecnica, ha dedicato a 'Il fado di Coimbra' (Besa editrice, pagine 200, 15 euro) è non solo un tributo alla musica tradizionale di un paese che lo ha affascinato durante il periodo nel quale vi è stato corrispondente, ma anche una vera e propria lezione (e d'altronde l'autore tiene un corso all'università La Sapienza di Roma) che tende ad avvicinarci a un fenomeno che non è solo artistico in se stesso, ma che in Portogallo è soprattutto un fatto sociale: la musica come espressione dei sentimenti più profondi che sono nel cuore dei lusitani: il viaggio, la conquista, la solidarietà e la comunione, la fede e l'amore, la saudade nel senso più puro del termine: una nostalgia del 'ritorno', il desiderio, sempre e comunque, di avere dentro di sé la necessità di vivere completamente le proprie origini, le proprie radici.

 

Giacobbe ha scelto il fado di Coimbra, che è l'altra faccia della stessa musica che a Lisbona è popolare, immersa fin dalla sua nascita (nella prima metà dell'Ottocento) nelle classi povere e marginali e che invece nella città della Beira, a circa 110 chilometri a nord della capitale, è universitaria, accademica, più raffinata. Non sono due generi del tutto diversi, ci mancherebbe, ma le loro radici sono evidenti nella scansione della prosa, nel fatto che il fado di Coimbra è più suonato di quello di Lisbona, prevalentemente cantato, che si dispone di più a una successione culturale, a un apprendimento scolastico che non quello umorale e istintivo della capitale del Portogallo.

 

L'autore ci porta per mano a Coimbra, ma non disdegna Lisbona, ci racconta il periodo d'oro della musica a Coimbra, il suo radicamento in quella che è una delle università più antiche del mondo (e infatti l'associazione degli atenei storici si chiama internazionalmente 'il gruppo di Coimbra'), la distinzione che i musicisti conimbricensi fanno del proprio strumento leader, la guitarra portuguesa, un liuto a dodici corde ereditato dalla chitarra inglese, che ha una accordatura diversa dalla sorella lisbonese e una funzione ancora più da conduttrice che non da accompagnamento come accade più spesso nelle taverne di Lisbona.

 

Ci porta, Giacobbe, attraverso i grandi autori, i grandi musici e gli altrettanto importanti cantanti che hanno fatto della 'canzone di Coimbra', come tanti la chiamano, un tratto distintivo e ben radicato nel tessuto sociale e soprattutto accademico; narra le gesta dei grandi personaggi che si sono avvicendati in 150 anni nella città - da Hilario a Bettencourt, da Soares Machado a Luiz Goes, ai due grandi personaggi che ne hanno internazionalizzato il linguaggio, Josè Afonso e Carlos Paredes, il primo straordinario aeda, il secondo chitarrista leggendario -, espone in modo analitico le caratteristiche del genere, la storia, la propria espansione e la situazione attuale.

 

Non è un libro 'facile', ma certo è un volume che è molto interessante per gli appassionati e per i curiosi delle tradizioni popolari – in fondo anche il fado fa parte di quella grande famiglia della musica etnica che ha dimostrato di non avere né confini né limiti – ed è soprattutto scritto in modo esemplare sia nello stile sia nella qualità del contenuto, che ci permette di avere un punto fermo in quell'orizzonte così variegato e intrigante che è la musica del Portogallo, che si sta aprendo al mondo: chi la scopre, non riesce a tornare indietro. A esemplificare ciò che nel libro è scritto, il volume contiene un cd di fado di Coimbra interpretati dallo stesso Giacobbe con la sua intelligente voce di basso-baritono ed eseguiti strumentalmente da due buoni musicisti – Ricardo Dias e Pedro Lopes – della città che si sdraia sul placido Mondego. Una città, sia detto per inciso, che merita ben più di una visita.

di Riccardo Jannello

 









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