Una storia appassionata d'una ragazza che vede l'orrore dei regimi di Hitler e di Stalin. E' la storia narrata nel libro appena pubblicato da Dacia Maraini, dopo anni di ricerche nei luoghi dove si perpetrarono i genocidi delle due dittature del Novecento
BUDAPEST — Sabato 26 aprile, ore 18,30. Dacia Maraini si è appena seduta al suo posto, sull’aereo che da Budapest la porterà a Roma. Il suo occasionale vicino, un italiano che rientra in Italia dopo una fugace visita nella capitale ungherese, tira fuori dalla borsa un libro e comincia a leggere. Questo libro è "Il treno dell’ultima notte" (Rizzoli), uscito da qualche giorno nelle librerie italiane e già in ristampa: autrice, Dacia Maraini. È solo una coincidenza, ma felice per entrambi: lui per la dedica che chiede e ottiene, lei perché tocca con mano che il suo romanzo è già – giustamente – un successo. La scrittrice viene da una doppia presentazione del libro, all’Istituto italiano di cultura di Vienna e a quello di Budapest. Sono due anteprime: il suo giro per l’Italia comincerà nei prossimi giorni.
Il romanzo narra le vicende di una ragazza che nel 1956 prende un treno per Vienna alla ricerca di un compagno di giochi e di tenerezze di prima della guerra, nel quartiere fiorentino di Rifredi: lei figlia di ciabattino, lui di industriali austriaci ebrei. Nel 1939 la famiglia di lui, per stolida decisione, ritorna a Vienna, e finirà ad Auschwitz. I due si scrivono, e poi il silenzio della tragedia nazista. In questo viaggio, lei capita a Budapest e vive l’insurrezione antibolscevica, dall’entusiasmo del sogno di libertà di un intero popolo alla repressione crudele e sanguinosa: cinquemila carri armati con la stella rossa schiacciano il Paese magiaro. Lei, giornalista alle prime armi, cerca di inviare dei servizi, ma non ci riesce. Tornerà tuttavia con una consapevolezza e una maturità nuove. È un romanzo aspro e forte, crudo e appassionato, su tempi e modi della storia del Novecento magistralmente evocati, perché nessuno possa dimenticare.
Stimolata dalle domande di un gruppo di giornalisti italiani che l’accompagnava, Dacia Maraini ha spiegato ai numerosi convenuti nei due istituti (a Vienna c’è addirittura un Fan Club a suo nome: è il tedesco la lingua straniera in cui è maggiormente tradotta) genesi e motivi del libro.
"Ci sono ragioni personali: in primo luogo – ha detto — i due anni trascorsi da bambina in un campo di concentramento giapponese, dove viveva la mia famiglia; poi i ricordi di un amore adolescenziale; infine la sconfitta tragica della grande utopia che mi aveva coinvolto ed entusiasmato per anni, accompagnata in ultimo da un anno e mezzo di sofferenza vissuto accanto al mio compagno che si spegneva. Ho impiegato anni di ricerche e verifiche, controllando soprattutto documenti, per ricostruire l’ambiente storico dei fatti che narro".
Viaggio vero, quindi, ma anche metafora della vita.
"Un viaggio verissimo, con la percezione perfino degli odori di quel tempo. Naturalmente alla massima verità dei fatti si è unito il massimo dell’immaginazione che dev’essere propria del romanziere. Tra i protagonisti ‘occulti’ del libro c’è infatti il Conrad di Cuore di tenebra, dalle donne che sferruzzavano la lana nera nell’agenzia dove Marlow ottiene il comando della nave per l’Africa (le Parche) fino al Kurtz schiavista, paragonabile a Hitler".
Ma, oltre al viaggio nello spazio, c’è anche il viaggio nel tempo, tra due ideologie contrapposte, nazismo e comunismo. La condanna di entrambe è nettissima, senz’appello. Tuttavia non è uguale il giudizio morale.
"È vero. Perché mentre il marxismo faceva sognare l’uguaglianza e la giustizia come ideali largamente condivisibili, il nazismo si basava su un pregiudizio di razza, e aveva in sé un principio di morte".
Ma anche il nazionalismo aveva una sua fascinazione; gente perbene come la proprietaria della pensione dove la protagonista va ad abitare a Vienna, e la stessa famiglia del ragazzo, erano convinti di partecipare a un grande ideale.
"D’accordo; ma poi l’Europa ha dovuto subire la Shoah".
In Ungheria, invece…
"Anche qui le armi e il sangue hanno soffocato una voglia di libertà che tutto il popolo aveva espresso: gente che voleva rimanere socialista senza essere schiava del bolscevismo".
E Dacia si è incamminata per le strade di Vienna e di Budapest, per esercitare la memoria e non dimenticare, e insieme rendere testimonianza. Ha sostato in sinagoghe e musei dell’Olocausto, che documentano l’uccisione di milioni di persone tra ebrei e altri ‘diversi’, per concludere il suo percorso nella ‘Casa del terrore’ di Budapest, città che ha dovuto subire due orrori: quello nazista e quello staliniano. Ora questa casa – che era la sede della polizia segreta magiara – è un museo. File interminabili di nomi e di ritratti di vittime dei due regimi. Turisti senza memoria s’interrogano su candele rosse in vendita che raffigurano un signore con baffoni, e le comprano. Per loro fortuna entrano in contatto con Stalin solo nel bookshoop.
Giovanni Nardi
I familiari delle vittime delle stragi di Piazza Fontana (1969) e di Piazza della Loggia (1974)chiedono che venga ritirato il libro Storia della Lombardia a Fumetti: per "l'inaccettabile e incoprensibile errore storico che sembra associare i movimenti del Sessantotto ai due atti di terrorismo"