Italia News
SPORT FOTO E VIDEO MOTORI BLOG SERVIZI LAVORO ANNUNCI
IL RACCONTINO DELLA SERA

Ecco 'Il cavallo di caucciu'
Ma inviateci anche voi i vostri racconti

E' di  Vincenzo Pardini il secondo appuntamento coi racconti che pensiamo capaci regalarci un momento di relax e di fantasia come se fosse la favola serale di quando eravamo bambini Scrivete a: ilraccontino@quotidiano.net
Dimensione testo Testo molto piccolo Testo piccolo Testo normale Testo grande Testo molto grande

SECONDO appuntamento con la nuova rubrica: «Il raccontino della Sera». Dopo Roberto Pazzi un altro grande scrittore, Vincenzo Pardini, ci regala un momento di relax e di fantasia, come la favola serale che ci faceva sognare quando eravamo bambini. L’invito a scrivere è rivolto a tutti i lettori, che possono mandarci i loro racconti agli indirizzi del giornale o all’indirizzo e-mail segnato in fondo al testo. Un invito già raccolto da molti, che ringraziamo per l’entusiasmo con cui hanno aderito alla nostra iniziativa. A tutti raccomandiamo però di non superare la lunghezza massima di 3.300 battute: testi più lunghi non potranno essere presi in considerazione per la pubblicazione


Il cavallo di caucciù

logo del raccontino della sera  ERANO ANNI che Lucio non saliva nella soffitta della vecchia casa di famiglia, quella in collina. Morti i genitori, c’era tornato ad abitare durante l’estate. Un pomeriggio decise di andare a far visita al soppalco, anche per confrontarsi coi ricordi. Ricordava infatti che, dal lucernaio, spioveva uno scroscio di luce che inondava il centro del pavimento lasciando il resto in penombra. La moglie e le figlie erano uscite e lui, come faceva sempre quando restava solo, si mise ad ascoltare le voci del silenzio. Voci minime, ma presenti, soprattutto costituite dal canto degli uccelli, dal frullo d’ali dei passerotti quando si arrotolavano nella polvere dell’aia. Piano, con la mente sospesa tra ricordi e rumori, saliva le scale verso la soffitta. S’era accorto che se guardava bene i mobili, le travi, i quadri appesi al muro, scopriva qualcosa di nuovo, che gli faceva recuperare aspetti del suo passato, che credeva perduto. Il paravento verde, un poco sconnesso, non voleva aprirsi. Dovette quasi forzarlo, tra scricchiolii e odore di legno tarlato.

LA STANZA, invasa dalle ragnatele, mostrava un pavimento ispessito dalla polvere, non come ai tempi della mamma, quando, tutto, era nitido, pulito. Ma lo scroscio del sole spioveva ancora dal lucernaio come ai vecchi tempi. Sentì prendersi da un’angoscia che era emozione, e che gli muoveva dentro immagini sopite: come quella volta che, bambino, sgridato da suo padre, andò a nascondersi nel soppalco restandovi finchè non fu sera. Quando il sole cedette al tramonto, cominciò a pregarlo di rimanere ancora un poco, di non andarsene così all’improvviso. Il sole, quasi l’avesse esaudito, lasciò che il tramonto resistesse coi suoi barbagli, che s’arrampicavano sui muri alla stregua di enormi insetti. Poi scese la sera, anche quella d’estate, e rimase spaventato dal canto di una civetta. Così vicina non l’aveva mai sentita.

S’ERA avvicinato al lucernaio e si guardava attorno; voleva vedere cosa si nascondeva negli angoli oscuri. Ma, quasi, non aveva il coraggio di guardarvi. Temeva di provare un’altra emozione, un altro smottamento di se stesso. S’era tante volte detto di non emozionarsi più. Nel bene e nel male le tensioni interiori, s’era accorto, lo facevano invecchiare. E lui non voleva invecchiare. Si rivedeva giovanotto, poi bambino. E gli sembrava di essere stato sempre infelice, nell’anima un tormento da cui non riusciva a liberarsi. Nemmeno nei sogni. Allora preferiva sognare a occhi aperti, immaginandosi una vita diversa, migliore in tutto e per tutto. Assuefatto all’oscurità, lo sguardo incappò in qualcosa che era in penombra. Un baule, l’antico baule di casa, che la mamma aveva trasferito in soffitta, perché malandato. A testa china, per non battere nelle travi, andò ad aprirlo. Il coperchio si sollevò agevole e silenzioso. Scrutò dentro. Lo percorse un brivido. Un cavallino di caucciù era in mezzo al baule, in piedi. Il medesimo dei giochi della sua infanzia. Possibile che per tanti anni lo avesse atteso, restando in piedi? E chi ce l’aveva lasciato così? C’era forse un significato, un messaggio? Con titubanza lo prese. Non gli sembrava così grande come quando lo teneva in mano da bambino. Aveva foto che ve lo ritraevano. Il cavallino gli traversava il petto. Ora, invece, era come un cucciolo di cane. Altre cose trasparivano dal baule. Ma non volle vederle. Gli bastava il cavallino. Con questo in mano andò nelle strade del paese.

NON VIDE nessuno e gli sembrava che i campi, le vigne e perfino il cielo, fossero come nei giorni della sua infanzia, quando con una bambina, anche lei con un cavalluccio in mano, bianco e blu, e giocavano a voler raggiungere una grande pianura. Non ricordava più il nome di quella bambina. Ne rivedeva solo gli occhi castani. Forse il suo primo amore, quello che nemmeno si manifesta. Quasi stanco si fermò ai margini di una via. Gli era venuta una grande fretta. Voleva riportare il cavallino nel baule. L’avrebbe ripreso ogni volta che voleva sognare. 
 

INVIATE I VOSTRI RACCONTI A: ilraccontino@quotidiano.net

di VINCENZO PARDINI

 









Se il codice risultasse illeggibile CLICCA QUI per generarne un altro

 

Cerca  su Quotidiano.net nel Web

LA FOTO DEL GIORNO

la strage di piazza della loggia

STORIA A FUMETTI

I familiari delle vittime delle stragi di Piazza Fontana (1969) e di Piazza della Loggia (1974)chiedono che venga ritirato il libro Storia della Lombardia a Fumetti: per "l'inaccettabile e incoprensibile errore storico che sembra associare i movimenti del Sessantotto ai due atti di terrorismo"

LEGGI LA NOTIZIA