'Un cappello pieno di ciliegie', il romanzo postumo di Oriana, definito una saga dall'autrice stessa che ha lavorato a quest'opera per un decennio. Un affresco dell'Italia rivoluzionaria e riosrgimentale che sarà in libreria dal 30 luglio
SARÀ IN LIBRERIA mercoledì 30 luglio 2008, per la casa editrice Rizzoli, il romanzo postumo di Oriana Fallaci. Definito “una saga” dall’autrice stessa, che ha lavorato a quest’opera per un decennio, il romanzo è un’epica familiare che attraversa oltre un secolo di storia italiana, dal 1773 al 1889: un affresco dell’Italia rivoluzionaria e risorgimentale di Napoleone, Garibaldi, Mazzini, Vittorio Emanuele II attraverso le vite avventurose di uomini e donne che hanno fatto, o incrociato, la storia dei Fallaci. Un lavoro che è costato all’autrice anni di ricerche: «Tutti quei nonni, nonne, bisnonni bisnonne - ha scritto Oriana - trisnonne, arcavoli e arcavole, insomma tutti quei miei genitori, diventarono miei figli. Perché stavolta ero io a partorire loro, a dargli anzi ridargli la vita che essi avevano dato a me». Prima della morte, avvenuta il 15 settembre 2006, la scrittrice ha consegnato al nipote Edoardo Perazzi il dattiloscritto di 648 cartelle che lei stessa aveva battuto a macchina. Al nipote, l’autrice ha lasciato anche precise disposizioni per la pubblicazione e l’indicazione del titolo del romanzo: «Un cappello pieno di ciliege», come quello che indossava , per farsi riconoscere dal futuro sposo Carlo Fallaci, Caterina, una delle protagoniste del libro. «Un romanzo - aveva scritto ne “La Rabbia e l’Orgoglio” - che chiamo il mio bambino (...) Un bambino molto difficile, molto esigente, (...) il cui primo vagito si udrà non so quando. Forse quando sarò morta». Ne anticipiamo alcuni brani per gentile concessione della casa editrice.
Tra i personaggi del romanzo giganteggia la bisnonna paterna di Oriana Fallaci, Anastasìa. Figlia illegittima di una ragazza valdese, viveva a Torino con la zia in uno stato di semiclandestinità. Sedicenne, aveva avuto una breve storia d’amore col coetaneo Edmondo De Amicis, che l’aveva abbandonata. Avrà una figlia da un potentissimo aristocratico torinese, che in famiglia veniva chiamato l’Innominato. La Fallaci non rivela il suo nome, ma dissemina il libro di indizi per capire chi è. Tra l’altro la data della morte, in uno dei suoi palazzi: 1878. Come Vittorio Emanuele II.... Ecco come la scrittrice racconta il loro primo contatto, dopo un balletto al Regio.
di ORIANA FALLACI
NON si distingueva per particolare bravura. Se la solista si ammalava, non la sostituivano con lei. A Carnevale però il Regio aveva messo in programma un balletto nuovo: Cleopatra. E nell’ultimo atto, l’atto in cui Cleopatra muore morsa dall’aspide, Anastasìa sosteneva il ruolo dell’aspide. Roba da comparse, intendiamoci. Una parentesi che durava appena un paio di minuti e che non conferiva certo il diploma di prima ballerina. L’aspide non doveva neppure accennare un passo, stare sulle punte. Arrivava arrotolato dentro un paniere che gli schiavi depositavano ai piedi di Cleopatra, e una volta lì si snodava. Senza lasciare il paniere si ergeva, con le gambe unite si allungava verso la vittima, e con un guizzo l’addentava. Le iniettava il fatale veleno. Il fatto è che per l’aspide il coreografo non aveva voluto il tutù. Al grido di «s’è mai visto un serpente in tutù» aveva preteso la calzamaglia, indumento che su una donna veniva considerato il simbolo stesso dell’impudicizia, chissà con quali raggiri Anastasìa aveva ottenuto la parte, e se esisteva un corpo che poteva permettersi la calzamaglia questo era il suo. Magro, flessuoso, un po’ androgino. In più i gesti dell’aspide dovevano essere ondeggianti, conturbanti, e lei li eseguiva con una lascivia da togliere il fiato. Ergendosi portava le braccia sopra la testa sicché metteva in evidenza i piccoli seni, tendeva il ventre piatto, induriva le natiche. Allungandosi stringeva le gambe già unite e come un uomo contraeva il tronco in ambigui sussulti che sembravano l’ondulare del coito. Poi si fermava di colpo. Piegando le braccia all’indietro si preparava al morso ed il guizzo era così improvviso, così animalesco e vorace, che l’intero teatro ne rabbrividiva. Ergo, durante i due minuti tutti fissavano soltanto lei. E quando lei si arrotolava di nuovo dentro il paniere, scoppiava una grandine di applausi.
«Bravaaa! Bella, brava, bis! Bis, bis!»
IRRUPPE nella sua vita grazie a questo. Nei salotti di Torino si faceva un gran parlare di quel balletto anzi dell’aspide, vai-a-vedere-l’aspide, val-la-pena-d’andarciper- l’aspide, e alla fine ci andò. Coi canocchiali. Oh, sì. Dal momento in cui il paniere entrò in scena, non si abbassarono mai quei canocchiali. Anziché uno spettatore nel suo palco, lo avresti detto Napoleone che in sella al suo cavallo osserva le mosse del nemico per saltargli addosso. Annientarlo. E l’indomani l’aspide ricevette un gran cesto di rose. Tra le rose un biglietto privo di firma ma munito di stemma sotto il quale erano tracciate le parole: «Invidio Cleopatra».
Quando scopre di essere incinta, Anastasìa tenta invano di abortire e decide di abbandonare la bambina appena nata nella Ruota degli esposti a Cesena poi parte per il nuovo mondo dove raggiunge Salt Lake City. Ma il suo convoglio è attaccato dagli indiani.
CONTEMPORANEAMENTE gli altri soldati caddero feriti e poiché il cocchiere non poteva lasciar le redini, sparare, a combattere non rimase che Anastasìa con la sua Smith-Wesson e i passeggeri superstiti. Al settimo, tuttavia, gli Arapahos riuscirono a neutralizzare il cocchiere. Bloccargli i cavalli. Pure lei s’arrese e quel che doveva accadere accadde. Era furibonda, schiumava come un puledro preso al laccio. Soprattutto per via del tenente. Furibonda si avvicinò al guerriero con le corna di bufalo e il mazzo di scalpi, con un gesto secco si levò la parrucca, e mostrando il cranio più liscio d’un uovo gliela buttò in faccia.
«Put this one too on your neck, ugly son of a bitch! Metti anche questa al collo, brutto figlio di puttana!»
Povero Caldaia Nera o chiunque fosse, concludeva il nonno Antonio. Non l’aveva mai visto un essere umano che si scotennava da solo e che a scotennarsi non perdeva nemmeno una goccia di sangue, non emetteva nemmeno un lamento. Pazzo di paura scappò abbandonando il prezioso trofeo, i suoi guerrieri lo stesso, e fu così che Miss Demboska poté raggiungere Salt Lake City. Ritrovare Marianne, fidanzarsi con suo marito.
Dopo frenetiche avventure ed essersi sistemata a San Francisco, dove forse era diventata tenutaria di un bordello di lusso, nel 1878, a trentadue anni, la bellissima Anastasìa decide di tornare in Italia alla ricerca della figlia abbandonata. Come mai?
QUALE FU la molla che la spinse a tale decisione? Un amante fastidioso, un protettore pericoloso? Un rovescio finanziario, un pasticcio legale? Oppure un sopravvenuto disgusto per un mestiere che se la mia tesi è valida, la mia certezza giustificata, procurava tanti soldi quanta vergogna? Ciascuna di queste ipotesi ha un senso, ovvio. Ma io credo che il motivo di quell’ennesima fuga sia stata la brutta bambina che aveva lasciato dentro la Ruota del Santissimo Crocifisso, cioè un irresistibile richiamo della maternità sempre rifiutata o soffocata sotto le coltri della ribellione. (...) Non aveva mai conosciuto l’amore di una creatura o per una creatura che fosse carne della sua carne. E col richiamo della maternità non si scherza. A volte non esiste, d’accordo, e l’assenza si rivela con delitti mostruosi: neonati seviziati, uccisi, gettati nella spazzatura, scelleratezze che nessun castigo basta a punire. A volte tace e il silenzio si manifesta con l’incuria o con l’abbandono. Quando il silenzio cessa, però, subentra un frastuono che assorda. Un terremoto che davvero muove le montagne, devia il corso dei fiumi, muta la topografia degli oceani. Così in quel caso tutto diventa possibile. Tutto. Perfino che un’Anastasìa rinunci a San Francisco per tornare a Cesena.