Tempi felici per la parola scritta e l’arte di raccontare. Sembrerebbe questa certezza il primo copioso frutto della valanga di scrittura partorita da ‘il raccontino’, l’iniziativa promossa dal Quotidiano Nazionale e varata da un racconto mio e di Vincenzo Pardini. Perché la fluviale produzione di racconti che ha sommerso la redazione culturale è una precisa testimonianza più che di fiducia, di un vero bisogno della Parola per le più svariate motivazioni di scrittura.
Da quel che si è visto pubblicato un sintomo si evince prevalere: la fame di confessione, la necessità di riportare alla pagina bianca del foglio più letto, il quotidiano, memorie personali che si incrociano con memorie collettive. Ecco i tanti ricordi della guerra mondiale che bussano alla porta del giornale e chiedono di farsi racconto, senza tema di presumere troppo dal privatismo della loro genesi. Ed è qui forse la ragione più profonda di questa inaspettata risposta dei lettori: il bisogno di farsi scrittori da lettori, di agire in prima persona ribaltando i ruoli, richiamando l’attenzione di una platea così vasta invitata a giudicare, ridere, inorridire, tremare, in una parola a rivivere i vissuti di tante autobiografie nascoste, di tante vite che non vogliono sparire nel Nulla. Perché è un bisogno di identità a premere sull’ambizione di farsi per un giorno scrittori, una fame di identità che non ha paura di confrontarsi con i modelli consacrati della Letteratura.
Viene da chiedersi quanti di questi scrittori in erba siano nutriti di letture alte; forse talvolta è proprio l’esserne digiuni che ne ha fatto volare la penna. Troppe letture avrebbero inibito il volo? Meglio una frequentazione media della scrittura piuttosto di quella troppo professionale? Forse. Non fosse che il proliferare dei corsi di scrittura (ne tengo da anni uno fisso io stesso a Ferrara) testimonierebbe che l’antica ambizione di veder scritto il proprio nome sulla costola di un volume non è ancora stata sconfitta dall’invadenza delle immagini e dalla prodigiosa trasparenza di internet, questo cavallo di Troia che spesso, mentre ti arricchisce e allevia la fatica, ti mangia la capacità di scrivere e di ricercare da te, di memorizzare e immagazzinare una personale banca dati nel cervello.
Non si può quindi che salutare con gioia questo ritorno al piacere della parola scritta, in controtendenza con un dilagare dell’oralità più effimera e seduttiva, quando non volgare, dei nostri media.
di Roberto Pazzi
I familiari delle vittime delle stragi di Piazza Fontana (1969) e di Piazza della Loggia (1974)chiedono che venga ritirato il libro Storia della Lombardia a Fumetti: per "l'inaccettabile e incoprensibile errore storico che sembra associare i movimenti del Sessantotto ai due atti di terrorismo"