Sposata e con una figlia, la 45enne reggiana Rodesia Vichi ha scelto di cimentarsi con la letteratura erotica. Il suo è un libro dai contenuti espliciti ma che - spiega l'autrice - ruota attorno "ad un tema serio"
Reggio Emilia, 26 giugno 2009. «La sventurata rispose». Altri tempi, quelli in cui Manzoni raccontava la scelta della monaca di Monza. In quella frase c’era tutto, e alla fantasia del lettore veniva dato campo libero. Oggi (da tempo, per la verità) non è più così: c’è anche il genere, letteratura erotica. La capofila italiana è di sicuro Melissa P., la siciliana autrice del famoso «Cento colpi di spazzola». Da quest’anno è entrata a far parte del gruppo una reggiana: Rodesia Vichi, 45 anni, sposata con una figlia già adulta, abitante a San Prospero Strinati, e prima ancora in zona ospedale e a Sesso. Penserete: il solito «nom de plume». Invece non è uno pseudonimo. L’autrice del romanzo «Esibizionista a pagamento» si mette in piazza con nome e cognome autentici e con foto davanti alla guizzante fontana del «Valli». E nel libro la «sventurata» protagonista anzichè «rispondere», prende sempre lei l’iniziativa: senza lasciare spazio alla fantasia. Tutto descritto, fin nei minimi dettagli, in un crescendo di situazioni perverse.
Signora Vichi, com’è giunta a scrivere un romanzo erotico?
«Sono un’autodidatta. Ho scelto questo genere perchè attira di più l’attenzione. Sono sconosciuta e ho bisogno di farmi conoscere».
Sincera. Il suo curriculum?
«Sono nata nelle Marche. A tre anni la mia famiglia si trasferì a Reggio. Ho frequentato lo Scaruffi, lasciando gli studi al quarto anno. In seguito ho preso la maturità alla Città del Tricolore. A trent’anni mi sono iscritta a Psicologia ma anche stavola ho lasciato. E ho cominciato a scrivere. Vivo da eremita».
Ha letto il Kamasutra?
«Certo, ovviamente. E’ un’opera antichissima, dove il sesso viene visto in maniera diversa».
Ha apprezzato i «Cento colpi di spazzola» di Melissa P.?
«Non mi è piaciuto. Non mi piacciono gli erotici che non ruotano attorno a un tema un po’ serio».
Che nel suo caso sarebbe?
«Io parlo di un immigrato ucraino, dei problemi che incontra in Italia».
E parla di una donna che l’ucraino conosce. In senso biblico.
«Anni fa un amico ucraino mi ha detto di come si trovava qui, sfruttato da chi gli dava da lavorare. Anche nel mio libro il protagonista finisce in galera per colpa della donna che l’ha deviato».
Lo chiama in mille modi diversi: Alessandro, Oleksandr, Alex. Come mai?
«Così. Per variare...»
Di vario non c’è solo il nome di Alessandro. Ma quello che combina con la sua «donna bene» italiana. Prostituzione, esibizionismo, ninfomania.
«Il pensiero della donna ninfomane fa impazzire tutti ma per me è una malattia nervosa. La mia protagonista ha le allucinazioni, va fuori di testa».
La fantasia non le manca.
«Lavoro di fantasia, sì. Avevo voglia di inventare, di creare qualcosa di nuovo. Ho scoperto che mi divertivo. E così scrivo: sei ore al giorno. Ma non faccio autobiografia: non nei fatti, forse come stati d’animo... E assolutamente non mi sono mai ispirata a film o libri hard. Evito per non lasciarmi influenzare. Non mi piace copiare».
Che rapporto ha coi suoi personaggi?
«Cerco di essere neutrale, il più possibile. Tengo la giusta distanza dai personaggi: nessuna condanna, nessun compiacimento».
Il suo linguaggio in questo libro pare più maschile che femminile nel parlare di sesso.
«Sì, l’ho fatto apposta. Ho voluto utilizzare il modo di parlare di tutti i giorni, siamo sboccati no?»
Lei sa che un grande pittore. Courbet, ha intitolato un suo quadro sull’argomento «L’origine del mondo»?
«Certo. Un titolo giusto. E tutti al museo d’Orsay fanno la fila per osservare quel quadro e ignorano gli altri. Il fatto è che l’erotismo fino a ieri era tabù. Invece è una cosa elevata, se trattata assieme a temi seri».
I vicini di casa come reagiranno, quando sapranno che lei è un’autrice di libri erotici? Cambieranno l’immagine che hanno di lei?
«Forse alcuni sì, è una sfida anche questa».
Si scandalizzeranno?
«Ma perchè non ci si scandalizza per la violenza che c’è nei gialli, o nei fatti di cronaca? E poi cosa crede: che le donne facciano solo la calza?»
di MIKE SCULLIN