Lo scrittore, definito da Roberto Calasso 'il nuovo Dickens', esordì nel '96 con 'Le ceneri di Angela', che fu tradotto in una trentina di lingue e divenne film con Emily Watson e Robert Carlyle
New York, 20 luglio 2009 - Addio a Frank McCourt, vincitore del Premio Pulitzer nel 1997 per il romanzo autobiografico «Le ceneri di Angela». Lo scrittore americano di origini irlandesi è morto all’età di 78 anni per una meningite che aveva contratto due settimane fa, quando già gli era stato diagnosticato un melanoma in fase di metastasi.
Un «nuovo Dickens» lo ha definito Roberto Calasso, presidente della casa editrice «Adelphi» che ha pubblicato i suoi libri in Italia. «Frank McCourt è stato uno dei rari scrittori veramente popolari dei nostri anni, nel senso in cui lo era Dickens nell’Ottocento: uno scrittore che rallegrava il cuore dei lettori di ogni specie appena si metteva a raccontare». «Lo ricordiamo, come tanti altri, con gratitudine», ha concluso Calasso.
«Le ceneri di Angela» del 1996, libro autobiografico sulla misera e squallida infanzia irlandese di McCourt, fu tradotto in una trentina di lingue. Tre anni dopo ne fu tratto l’omonimo film di Alan Parker, con Emily Watson e Robert Carlyle. Tra le altre opere dello scrittore scomparso vi sono «Che Paese, l’America» del 1999 e «Hei, Prof!» del 2005, prosecuzione della sua autobiografia. Viveva con la seconda moglie Ellen e aveva una figlia, Maggie, e tre nipoti. Anche suo fratello Malachy McCourt è uno scrittore autobiografico.
Nato a Brooklyn nel 1930, ultimo dei sette figli di una coppia di immigrati irlandesi, negli anni ‘30 con la Grande Depressione McCourt era rientrato insieme alla famiglia a Limerick, dove aveva vissuto nella miseria e nello squallore con un padre violento e sempre ubriaco che li abbandonò quando lui aveva appena 11 anni. Tre fratelli persero la vita per le malattie, aggravate dalla malnutrizione, e lui stesso rischiò di morire di tifo. Tornato a New York aveva insegnato per trent’anni scrittura creativa, scoprendo l sua vena di scrittore solo una volta andato in pensione. Negli anni scorsi aveva raccontato quanto fosse stato importante per lui raccontare storie ai ragazzi per farli star buoni: «Loro credevano che stessi insegnando, io credevo di star insegnando.
Stavo imparando».