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Fiat, ultimatum di Marchionne: "Ora ci serve un sì o un no"

L'ad: "Senza un sì convinto ci saranno meno investimenti nel nostro Paese, il trasferimento in Serbia non toglie prospettive a Mirafiori". E spunta l'ipotesi di contratti per ogni singolo stabilimento

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Torino, 28 luglio 2010 - Un ultimatum: dire sì o no perché senza un sì convinto ci saranno meno investimenti nel nostro Paese. Lo ha lanciato l’amministratore delegato di Fiat Sergio Marchionne ai sindacati nel corso del tavolo che si è svolto oggi a Torino sul futuro degli investimenti del Lingotto dopo la decisione dell’azienda di trasferire la produzione della monovolume in Serbia. Un trasferimento che, chiarisce Marchionne, "non toglie prospettive a Mirafiori: per la gamma alta esistono altre alternative".

 

Il numero uno di Fiat ha confermato il piano ‘Fabbrica Italia' ma in cambio ha chiesto certezze sulla gestione e il funzionamento degli impianti. E sulle voci di una disdetta del contratto nazionale per Pomigliano l’ad ha spiegato che "è una strada praticabile". Il ministro del Welfare Sacconi ha annunciato che partiranno ora tavoli bilaterali azienda per azienda sull’attuazione del progetto ‘Fabbrica Italia', il 15 settembre si parlerà di Termini Imerese. Sacconi però avverte: "Sarebbero inopportuni atti unilaterali".

 

"C’è solo una cosa su cui è necessario pronunciarsi - ha detto Marchionne al tavolo -. È di decidere se avere una forte industria dell’auto in Italia oppure lasciare questa prerogativa ad altri paesi. Non servono fiumi di parole per questo. Ci sono solo due parole che, al punto in cui siamo, richiedono di essere pronunciate. Una è si, l’altra è no".
Marchionne ha poi precisato: "Se in Italia non è possibile contare sul fatto che chi assume un impegno lo porta avanti fino in fondo dovremo andare altrove. Non ci sono alternative. Chi interpreta questa come una minaccia non ha la minima idea di che cosa significhi competere sul mercato".

 

I SINDACATI - La Cisl dice sì all’ultimatum dell’ad di Fiat: "Noi diciamo a Marchionne che per quanto riguarda la Cisl la risposta è sì senza se e senza ma. E questo vale anche per l’accordo con Pomigliano - afferma il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni - ma vogliamo che Marchionne faccia chiarezza che le modalità di investimento rimarranno nel perimetro delle regole del nuovo sistema contrattuale che abbiamo costruito".

 

Per il leader della Uil Luigi Angeletti non ci sono più alibi o scuse: "Abbiamo bisogno di vedere riconfermato l’impegno ad incrementare gli stabilimenti italiani: la Fiat ci dica quali sono le condizioni per cui questo progetto si implementi sicuramente". Il numero uno della Cgil Guglielmo Epifani precisa che "nessuno vuole una conflittualità permanente. Serve lavorare insieme" per investire in Italia "senza carri armati riprendendo il confronto e gestendo l’eventuale dissenso".

 

CONFINDUSTRIA - Nel pomeriggio Marchionne ha incontrato la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. "Con Marchionne - ha detto- Marcegaglia - c’è l’impegno a trovare una soluzione comune" che non preveda l’uscita di Fiat da Confindustria.

 

E intanto spunta un'indiscrezione: un nuovo contratto per il settore auto che potrebbe poi avere una declinazione diversa sito per sito a seconda delle necessità produttive. È questa, secondo quanto apprende l’agenzia Agi, l’ipotesi allo studio tra Fiat e Confindustria, via che consentirebbe al Lingotto di non uscire da Federmeccanica.

 

La strada su cui si lavora, e che potrebbe essere pronta già da ottobre-novembre è questa: applicare al contratto nazionale dei metalmeccanici deroghe previste dal nuovo modello contrattuale siglato a gennaio. Questo consentirebbe di realizzare un nuovo istituto contrattuale per il settore auto da applicare in modo differente a seconda delle esigenze dei singoli stabilimenti in Italia, ricalcando quanto già fatto a Pomigliano e a Melfi che attualmente hanno contratti differenti.

 

Questo nuovo impianto contrattuale potrebbe essere già pronto in autunno e consentirebbe da una parte il raggiungimento degli obiettivi di produttività chiesti dalla Fiat e dall’altra la permanenza nel sistema confindustriale. Savino Pezzotta la chiama "la rivoluzione americana", per Sergio Marchionne, invece, è semplicemente la condizione per andare avanti con gli investimenti.

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