Adriatico in allarme: "Il pesce sta finendo"
Risorse ittiche in calo da Rimini a San Benedetto. Le cause: anni di di tecniche intensive e la concorrenza di Croazia, Montenegro e Albania
Bologna, 18 aprile 2011 - L’SOS ARRIVA da Rimini, Fano, San Benedetto del Tronto e altri importanti porti dell’Adriatico: il pesce sta scomparendo dal nostro mare. Anni e anni di pesca intensiva e invasiva hanno provocato la progressiva distruzione delle risorse ittiche. Sui banchi dei mercati il prodotto è per la maggior parte congelato e importato. Quel poco di nostrano è venduto a prezzi stellari: può capitare di sborsare fino a 40 euro per un chilo di gamberetti ‘locali’. Ancora non si può parlare di specie in via d’estinzione ma certe percentuali lasciano sbigottiti: 40% in meno di alici, addirittura il 70% in meno di merluzzi, dimezzati calamari, polipi, moscardini, seppie. E non va meglio per saraghi e sgombri.
IL DISASTRO si nota già da terra, lungo i porti canale. Come quello di San Benedetto del Tronto, località dove il pescato si è ridotto del 40% rispetto al 2010 e il gasolio è aumentato del 27% (dati di ImpresaPesca, Coldiretti): un tempo il colpo d’occhio regalava una distesa di pescherecci lungo le banchine. Oggi di barche se ne vedono ancora, ma molte sono tirate in secco o galleggiano semi-abbandonate. "La situazione sta sfiorando la tragedia — dice Nazareno Torquati, consulente di Assinpesca, che riunisce l’80% dei pescatori sanbenedettesi — nel giro di vent’anni abbiamo perso la metà della flotta. Non ci sono più margini: mentre il pesce scarseggia crescono di anno in anno i costi di gestione".
E QUANDO si parla di costi il riferimento è soprattutto a quello del carburante: In poco tempo si è passati da 50 centesimi al litro di gasolio a 76/77. "Un peschereccio non è mica un camion — continua Torquati — ci sono motori che arrivano a consumare fino a 1500 litri al giorno".
Ma proprio in motori sempre più potenti sta una delle cause dello spopolamento dell’Adriatico. Il lavoro che un tempo facevano tre pescherecci e un’elica spinta da 110 cavalli, oggi lo fa un’unica barca con 800 o addirittura 1400 cv. Contestualmente le reti sono diventate più grandi e arano il fondo del mare zavorrate da pesanti catene.
"NESSUNO si è creato scrupoli e oggi siamo alla resa dei conti. — lamenta Torquati — Dall’85 a oggi, malgrado il fermo biologico, lo stock di materia prima si è ridotto al lumicino. Non si dà il tempo alla riproduzione, si ‘caccia’ il pesce quando è ancora piccolo". L’esperto di Assinpesca fa il mea culpa della categoria ma punta il dito sull’altra sponda dell’Adriatico. Dopo la guerra nei Balcani, infatti, la Croazia ha ricostituito una possente flotta peschereccia e oggi le loro barche vengono a strascico davanti alle nostre coste. E a loro si sono aggiunte le barche del Montenegro e dell’Albania. Il risultato è una concorrenza sleale anche in termini di prezzi (al limite del dumping).
Che fare? "Bisognerebbe che in Italia si fissassero una volta per tutte delle regole sull’importazione di prodotti similari — dice Torquati — poi controlli alle dogane e tracciabilità dei nostri prodotti".
di Alessandro Goldoni
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