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L'Italia fiscale fa l'americana

  

TROPPI buchi, troppe perdite per le casse statali. Gli Stati Uniti fanno sul serio — o meglio fanno più sul serio di altri Paesi — nella lotta all’evasione. E, mostrando i denti, costringono altri ad adeguarsi alla caccia al ladro di tasse. Così, Italia, Francia, Germania, Spagna e Gran Bretagna hanno annunciato ieri che collaboreranno con lo zio Sam, applicando il Fatca. Passo indietro: Fatca sta per foreign account tax compliance act. In sintesi, è la legge firmata da Obama nel marzo 2010 che obbliga tutti gli intermediari finanziari con clienti statunitensi a comunicare all’Irs, più o meno l’agenzia delle entrate americana, tutti i dati a stelle e strisce con un apposito modulo. E non si tratta di paperoni. Per far scattare il grande fratello è sufficiente avere attività estere di qualsiasi tipo (dalle azioni alle obbligazioni, da una pensione o fondo pensione a un affitto) superiore a 50mila dollari. Chi non rivelerà il segreto, sia esso banca o qualunque altro intermediario, sarà punito con una sorta di imposta alla fonte pari al 30% che verrà applicata su tutti i pagamenti o redditi a qualunque titolo di origine Usa. La previsione è di recuperare entrate tra gli 8,5 e i 10 miliardi di dollari l’anno.

PRENDERE o lasciare. Questo, in sostanza, è il patto di non collaborazione firmato da Obama, un po’ ammorbidito dal concetto di scambio reciproco di informazioni. Un’ offerta comunque categorica per Paesi come l’Italia dove la lotta all’evasione è più a campione che sistematica. Ma l’Act americano è un po’ troppo imperativo anche per Francia e Germania, che hanno firmato accordi con la Svizzera nel nome del bon ton, sperando che il segreto bancario ceda. Per non parlare della Gran Bretagna che, ancora, fa i conti con un sistema fiscale considerato paradisiaco. Così è se vi pare: gli Usa partiranno con il sistema Fatca nel 2013, e si muoveranno per piccoli passi. Ma anche senza una macchina da guerra, le conseguenze per banche e intermediari finanziari esteri potrebbero essere pesanti in termini economici. Perciò, meglio scendere a patti subito con scambio di informazioni da e verso gli Stati Uniti nel nome del principio di reciprocità, quindi con accordi bilaterali che producano benefici per entrambe le parti. E lo sguardo si allarga già a Ue e Paesi Ocse. Ma, a giudicare dalle divisioni in Europa sulla Tobin tax, al momento il passo sembra più lungo della gamba.

di Nicoletta Magnoni


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