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di Giuseppe Turani
LE BORSE e lo spread respirano un po’ dopo le tremende botte di mercoledì. Ma i mercati continuano a essere incerti, vigili, e abbastanza spaventati. E infatti non hanno visto niente di quello su cui puntavano, e cioè l’avvio di qualcosa per la ripresa sul Vecchio Continente. L’unico risultato che per ora hanno portato a casa gli «avversari» della signora Merkel è quello di averla isolata, a Camp David come a Bruxelles. Cosa che peraltro non sembra impressionare più di tanto la signora.
Allora ci si consola dicendo che è isolata anche in patria. Ma anche questo forse non è poi così vero. Si dice che dovrà andarsene e che al suo posto arriveranno i socialdemocratici pro-crescita o una grande coalizione. Solo che in Germania si vota nel settembre del 2013: manca ancora un anno e mezzo, un tempo lunghissimo per lo stato in cui versa l’Europa, fiaccata dalla non-crescita e da mille problemi connessi (dalle banche spagnole alla Grecia). E i tedeschi sembrano ben decisi a stare fermi sulle loro posizioni: prima vogliono vedere i conti risanati, poi, eventualmente, si potrà pensare a spendere. E questo atteggiamento è forse più diffuso di quanto a noi piaccia pensare.
E INFATTI la signora Merkel nei confronti di Hollande (e del nostro Monti) continua a dispensare molti sorrisi, ma poche concessioni.
I mercati e gli operatori, nel loro intimo, continuano a sognare qualche colpo di scena. Ma l’Europa non fa di queste cose. In Europa tutto si muove con grande lentezza. Prima delle elezioni greche (17 giugno) ci saranno solo parole. E anche dopo si andrà avanti per un pezzo a chiacchiere. Forse fino al settembre 2013, quando si saprà chi comanda in Germania e quando, a forza di austerità, l’Europa sarà già morta o salva. A qualcuno questo potrà sembrare un calendario impossibile, troppo lungo. Ma alla fine sarà così. Unica concessione: per evitare che il paziente muoia i tedeschi lasceranno a Draghi il compito di fornire di quando in quando l’ossigeno necessario, sia pure in quantità limitate e controllate.
FRA QUELLI che hanno fretta (e lo si può capire) c’è anche il nuovo presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi, che si è appena insediato. Nel suo primo discorso ha chiesto solo cose giuste e sacrosante: riforma (vera) del lavoro, riforma della pubblica amministrazione, tagli alla spesa pubblica e riduzione del peso fiscale. Come si fa a non essere d’accordo? Credo che i primi a battergli le mani potrebbero essere Monti, Fornero, e tutti gli altri. Ma proprio su queste stesse cose (riforma delle pensioni a parte) sono già tornati indietro con perdite. E il governo, che sta un po’ in un vicolo cieco, sta cercando di avere dall’Europa quello che non riesce a avere dal Parlamento di Roma: poiché i tagli alla spesa qui non riusciamo a farli, allora dateci un po’ di eurobond, altrimenti la crescita chi la vede? Insomma, quello che c’è da fare si sa benissimo. Solo che poi ci sono i partiti, le lobbies, i sindacati, le burocrazie, e tutto finisce come dentro una grande nebbia. Dall’interno della quale si mandano maledizioni alla signora Merkel. Certo, lei è un po’ arcigna, ma anche noi siamo dei gran pasticcioni.