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A cura di
Matteo Leonelli
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25/04/2007 12:59
INTERVISTA ESCLUSIVA

Bak Ki: "Il mondo arabo
costruirà la sua democrazia"

Il segretario generale dell'Onu: "In Iraq dobbiamo avviare la ricostruzione, la popolazione ha sofferto già troppo". E sul Papa: "L'ho incontrato e mi ha trasmesso un senso di armonia e tranquillità"

                                        di Giampaolo Pioli

ban ki moon segretario dell'onu SIGNOR SEGRETARIO generale, i suoi primi cento giorni al Palazzo di Vetro sono appena scaduti. Qual è la lezione più importante che ha già imparato?


«Guardi, ho capito in fretta che il mondo visto dall’Onu è molto più grande e più complesso di quanto si pensi. Ho verificato di persona che spesso c’è una mancanza di flessibilità da parte degli stessi uomini politici, che stentano ad avere una visione globale dei problemi, preoccupati soprattutto dagli equilibri interni nei loro paesi. Credo di aver già imparato diverse lezioni, ma una molto importante è quella di come comunicare più efficacemente e strategicamente con gli stati membri. Ce ne sono 192 e io dedico il massimo del tempo possibile per incontrare il maggior numero di capi di stato e di governo, faccia a faccia. Voglio stabilire relazioni personali e continuarle nel tempo...»


Lei arriva a Doha per inaugurare una «conferenza sulla democrazia», ma cosa significa averla organizzata in questo paese del lusso e senza conflitti?

«Sono venuto perché credo che abbia un alto simbolismo politico anche per tutto il mondo arabo. Ci sono tanti paesi in fase di transizione che guardano a questo summit con molta speranza e uno dei temi è proprio la costruzione della democrazia nella regione araba».


Nel suo discorso alla conferenza lei dirà che la democrazia non si può né esportare né importare, ma che si può solo sostenere, e aggiunge che non c’è un singolo modello di democrazia e che questa non appartiene ad un unico paese o regione. E’ una critica alla presenza degli Usa in Iraq o una indicazione per il futuro?

«Io parlo di democrazia intesa in senso globale e non mi riferisco ad un caso specifico. Sull’Iraq, come persona e come segretario generale, credo che non sia il caso di fare una lista delle cose buone e non buone fatte in questi ultimi quattro anni. Sono convinto però che l’azione delle Nazioni Unite vada rilanciata appena possibile per diminuire le sofferenze della popolazione irachena, che ha già sofferto moltissimo».


E’ favorevole all’erezione del nuovo muro per dividere Bagdad iniziato dagli americani che adesso il premier Al Maliki ha chiesto di bloccare?

«Ci sono molte considerazioni da fare sul come migliorare la sicurezza nella capitale, ma lascio questa valutazione al governo e alle forze americane. Quello però che la comunità internazionale e le Nazioni Uunite devono fare al più presto è aiutare le autorità irachene a proteggere la popolazione ed avviare la ricostruzione del paese affinchè possa assaporare una genuina libertà».


Prima è toccato all’Italia, ora è la Francia a subire l’ultimatum dei talebani. Lei crede che le Nazioni Unite debbano favorire sempre la trattativa con i rapitori per salvare vite umane?

«Nella mia posizione non posso suggerire una linea di condotta agli stati membri. Loro sono liberi di agire come credono, ma il problema è molto serio e molto importante. Credo che la comunità internazionale potrebbe riflettere sull’idea di darsi regole d’ingaggio comuni e il Palazzo di Vetro potrebbe essere il posto giusto per elaborarle. So che da molte parti queste regole sono state chieste ma devo essere i paesi a fare delle proposte su cui discutere e condividerle tutti insieme».


In Italia, dove lei è appena stato, la battaglia sulla pena di morte rappresenta un grosso problema. Sino ad oggi però solo 89/90 paesi su 192 hanno firmato la petizione per riaprire la discussione e arrivare al voto in assemblea generale sulla moratoria mondiale. Lei pensa che per l’Italia stia diventando una mission impossible giungere al dibattito e al voto nel 2007? E che cosa può fare il segretario generale per aiutare l’iniziativa?

«Come questione di principio io incoraggio e do il benvenuto all’azione italiana nel cercare una moratoria globale, e come forse vi state accorgendo c’è una tendenza crescente della stessa comunità internazionale per arrivare all’abolizione della pena di morte. L’espansione o meno di questo appoggio dipende però dagli stati membri. Ma come paese che ha iniziato la campagna, invito l’Italia ad andare avanti, non la considero una ‘missione impossibile’, non so quanto ci vorrà, ma dovete avere energia ed entusiasmo e continuare a crederci».


A Roma ha incontrato il Papa e l’ha invitato all’Onu. Che impressione ne ha ricavato, visto che lei si è definito un non praticante?

«Sì, io non pratico anche se sono cresciuto con due genitori che sono dei buddisti osservanti. Ho avuto il piacere di incontrare non solo Benedetto sedicesimo, ma anche il suo predecessore quando ero ministro degli Esteri a Seul. Con papa Ratzinger abbiamo parlato di pace. Mi ha colpito la purezza della sua faccia, della sua espressione. Mi ha trasmesso un senso di armonia e di tranquillità, difficile da trovare negli sguardi e nei gesti dei tanti politici che incontro. Ho rivolto l’invito al Papa per venire all’Onu e credo che il Vaticano lo stia valutando».


In Darfur continuano i massacri e l’esodo. Il presidente Bush ha dato praticamente un ultimatum al Sudan e si parla con sempre maggiore insistenza di sanzioni. Lei invece ha chiesto un altro po’ di tempo per permettere al governo sudanese di mantenere gli impegni. Che cosa pensa di ottenere?

«So che la comunità internazionale ha esaurito la pazienza. Siamo davvero al limite. Ho incontrato il presidente Bashir già tre volte perché questo è il primo problema della mia agenda e non voglio che si ripeta ciò che è successo in Ruanda. Ho visto piccoli segnali di apertura questa volta e vorrei dare davvero un po’ di tempo affinchè diventino passi concreti. Lo so che in passato gli impegni non sono stati mantenuti, ma io ho mandato due inviati nella regione e qualche cosa si è mosso. Il Consiglio di Sicurezza ha dato mandato per l’implementazione del pacchetto di misure proposte dall’Onu, che prevedono il dispiegamento di una forza ibrida complessiva di 20-25mila uomini, costituita da soldati dell’Unione africana e da specialisti militari delle Nazioni Unite. C’è intesa anche sulla catena di comando, che dovrebbe essere guidata da un generale africano. Il 28 aprile a Tripoli si terrà una nuova riunione con tutti i leader dei movimenti ribelli per tracciare una cornice che includa tutti e apra la strada ad una conferenza di riconciliazione nazionale, una vera e propria Road Map anche per il Darfur. So che qualcuno pensa che io sia troppo sbilanciato dalla parte sudanese, ma non è vero».


Sembra però l’unico a credere nella parola del presidente Bashir.

«L’ho incontrato direttamente tre volte e ci siamo parlati molto francamente al telefono almeno altre cinque. Non è vero che io parlo sempre a bassa voce. Abbiamo espresso con franchezza le nostre posizioni e lui dopo una prima reazione negativa ha accettato il pacchetto dell’Onu e dell’Unione africana. Sul piano militare potremmo essere pronti anche domani, ma non c’è ancora l’intesa politica tra le parti in lotta, nemmeno tra quelle che avevano firmato un piano di conciliazione. Con Bashir spero davvero che dopo i nostri chiarimenti potremmo lavorare sulla base della fiducia. Non sono un naif. Da parte mia ho messo sincerità e rispetto. E mi attendo che lui faccia altrettanto».


Ban Ki Moon è un segretario generale dell’Onu inusuale e straordinariamente alla mano. Non gli piacciono le dichiarazioni ufficiali, nelle quali si sente rigido e osservato. Preferisce la linea diretta e discreta con i suoi interlocutori, per sfruttare quelle che lui considera le caratteristiche umane del dialogo. Ci tiene a dire che tra cinque anni vorrà essere giudicato non solo per la sua leadership del Palazzo di Vetro ma anche per la coerenza delle scelte come un uomo di principi moderati che crede nella fiducia, nella famiglia, nell’onestà e nell’efficienza, prima ancora che nei tortuosi linguaggi della politica. Quel suo garbo asiatico che lo fa sembrare a tratti quasi timido e impaurito è forse un tocco in più per un uomo da scoprire.


«Mi sento fortunato — dice alla fine dell’intervista — Non ho chiesto di diventare il segretario generale dell’Onu e sicuramente ci sono molte persone che saprebbero farlo meglio di me. La scelta però è caduta sulla Corea, una sorta di simbolo, un piccolo paese dell’Oriente, una giovane democrazia con una nuova economia. Sono stato molto onorato della candidatura e orgoglioso del fatto che sia stata accolta all’unanimità. La gente ci mette un po’ di tempo a capirmi, ma non ho alcuna ambizione personale, solo una grande passione nel credere che un’Onu riformata e un Consiglio di Sicurezza maggiormente rappresentativo possano contare molto di più nel mondo».

di Giampaolo Pioli

 

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