Rangoon, 17 ottobre 2007 - Nuovo attacco della giunta al potere nell'ex Birmania contro gli oppositori, tra i quali questa volta sono presi in particolare di mira i monaci buddhisti, anima delle manifestazioni per la democrazia che per 55 giorni consecutivi hanno invaso le strade di Yangon, la vecchia capitale già nota come Rangoon, e delle altre città del Paese, prima della feroce repressione delle scorse settimane.
Il quotidiano 'New Light of Myanmar', principale organo del regime, accusa i religiosi di essere i veri colpevoli delle violenze in cui è sfociato il confronto. "Se fossero rimasti nei loro monasteri - scrive il giornale - il governo non sarebbe stato costretto a ricorrere alla forza per impedire le dimostrazioni. Se non avessero organizzato le marce di protesta, reclamando il rilascio dei prigionieri politici, la Nazione non avrebbe dovuto assistere a un caos del genere".
Il foglio, e altri mass media controllati dai militari, al contempo ammettono un numero di reclusi assai superiore a quanto reso ufficialmente noto finora, sebbene pur sempre di gran lunga inferiore alle cifre denunciate da organizzazioni umanitarie, governi stranieri e osservatori indipendenti: in tutto sarebbero stati circa tremila, di cui 2.927 incarcerati in tutto il Paese e poi liberati, e ulteriori 468 tuttora in prigione. Il computo massimo delle detenzioni finora non era andato oltre le 2.100 unità complessive.
La giunta militare birmana ha annunciato oggi che sta ancora dando la caccia alle persone che hanno preso parte alle manifestazioni per la democrazia a dispetto dell'intimazione lanciata la scorsa settimana dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, affinchè tutti i dissidenti, veri o presunti tali, siano rimessi in libertà.
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