Ankara , 11 novembre 2007 - Sarebbero accusati di "grave disobbedienza agli ordini" e di "diserzione verso un Paese straniero" gli otto soldati governativi turchi rapiti tre settimane fa dai guerriglieri separatisti curdi del Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, durante una delle incursioni di questi ultimi nel sud-est dell'Anatolia dall'Iraq settentrionale, che hanno indotto le autorità di Ankara a minacciare una vasta operazione oltre frontiera per stroncare la minaccia rappresentata dai ribelli.
Lo ha riferito l'agenzia di stampa 'Anadolou', secondo cui gli otto militari, rilasciati dai ribelli il 4 novembre, sono stati arrestati oggi su ordine del Tribunale Militare della città di Van; erano già sottoposti a inchiesta disciplinare. Stando a fonti dell'Esercito, con il loro comportamento gli ex ostaggi avrebbero contribuito a rendere possibile quella che è stata definita una "catastrofe"; durante l'attacco dei miliziani del Pkk furono uccisi dodici loro commilitoni, e altri sedici rimasero feriti. Fin dal rilascio, gli otto sono stati presi di mira in patria dai mass media e da diversi settori dell'opinione pubblica, per essersi presuntamente prestati a una messinscena propagandistica degli irredentisti curdi.
La loro liberazione avvenne con una cerimonia formale al confine, cui presero parte rappresentanti del governo regionale autonomo curdo-iracheno e tre deputati del Dtp, o Società Democratica, un partito nazionalistico espressione della minoranza etnica insediata in Turchia.
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