Bangkok, 14 novembre 2007 - Le forze di sicurezza birmane hanna catturato uno dei monaci buddhisti che per cinque settimane, fra la fine d'agosto e quella di settembre, guidarono le manifestazioni popolari per le riforme, prima che la brutale reazione del regime le stroncasse nel sangue. Il religioso si chiama U Gambira, che è peraltro uno pseudonimo; appartiene all'organizzazione filo-democratica 'Alleanza dei Monaci Buddhisti della Birmania Tuttà, e fu uno dei leader delle proteste di piazza, in cui i suoi confratelli si distinsero per coraggio e abnegazione, oltre che per capacità d'iniziativa; era latitante da un mese, quando cominciarono iniziarono i rastrellamenti su vasta scala condotti dai militari nei monasteri.
L'arresto risale al 4 novembre scorso, ma non si sa dove sia avvenuto: è stato denunciato dai familiari di U Gambira a 'Irrawaddy Magazinè, organo dell'Aapp, l'Associazione per l'Assistenza ai Prigionieri Politici, creata da dissidenti del Myanmar che vivono in esilio in Thailandia. «Non siamo in grado di affermare dove esattamente si trovi», ha dichiarato Aung Kyaw Oo, portavoce dell'Aapp, «ma penso che attualmente sia rinchiuso in un centro per interrogatori». Anche i parenti del monaco sono finiti in carcere con l'accusa di aver mantenuto illegalmente i contatti con un rivoltoso ricercato.
La cattura di U Gambira è stata confermata pure da due altre due organizzazioni di oppositori esiliati: 'Mizzima News', che ha sede in India, e 'Democratic Voice of Burmà, il cui quartier generale è in Norvegia. Nonostante avesse ormai addosso i suoi persecutori, il monaco proprio il 4 novembre riuscì a far pubblicare sul quotidiano 'The Washington Post' un proprio articolo, nel quale assicurava che lui e i suoi compagni di fede avrebbero continuato la resistenza non violenta contro la giunta dei generali al potere nell'ex Birmania.
«Non si torna indietro», scrisse allora U Gambira (in lingua birmana 'Ù è un appellativo onorifico; ndr). «Conta ben poco se, lungo questo percorso, la vita mia e quelle dei miei colleghi debbono essere sacrificate. Altri calzeranno i nostri sandali», sottolineò con un'elegante metafora. «Sempre più persone si uniranno a noi, e proseguiranno la lotta».
Nel Paese asiatico si trova da domenica in missione di mediazione, ma anche d'inchiesta, il rappresentante speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Paulo Sergio Pinheiro, che per potervi rientrare ha dovuto fare quattro anni di anticamera. Ieri, mentre Pinheiro era impegnato in colloqui con alcuni ministri del governo militare, la polizia aveva arrestato una delle più importanti attiviste democratiche, Su Su Nway, militante per il miglioramento delle condizioni dei lavoratori e membro della Lnd, la Lega Nazionale per la Democrazia, il principale partito di opposizione al regime guidato da Aung San Suu Kyi; con lei erano state catturate ulteriori due eprsone, probabilmente anch'esse monaci buddhisti.
Durante la repressione sono stati incarcerati oltre tremila oppositori, compresi semplici civili scesi nella strade a manifestare, alcuni forse trovatisi coinvolti per puro caso: a detta del regime, in prigione ne resterebbero non più di 91, ma secondo Amnesty Internation tuttora detenuti rimarrebbero almeno settecento individui accusati di sedizione.
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