Il giovane senatore afroamericano ha vinto con margini da capogiro nel distretto della capitale, con 52 punti di vantaggio, in Maryland e in Virginia, con il doppio dei voti di Clinton Commenta
New York, 13 febbraio 2008 - Hillary Clinton, l'ex first lady democratica, era tutta sorrisi, questa notte, come se i guai della sua campagna elettorale non fossero che un brutto sogno. Era a El Paso, in Texas, a tremila chilometri da Washington, la capitale, dove il suo avversario per la nomination alle prossime presidenziali Barack Obama vinceva il nono match consecutivo nelle primarie del partito, conquistando la testa della corsa in termini di stati vinti, delegati e voto popolare.
Obama ha vinto con margini da capogiro nel distretto della capitale, con 52 punti di vantaggio, in Maryland e in Virginia, con il doppio dei voti di Clinton. Le primarie del Potomac seguono il weekend che ha regalato al giovane senatore afroamericano successi nello Stato di Washington, in Louisiana, in Nebraska, Maine, con la postilla delle Isole Vergini.
Ma nel suo comizio di El Paso, come già aveva fatto sabato scorso, Clinton non ha neppure citato i successi dell'avversario o i suoi guai, ha parlato anzi da presidente in pectore, nella convinzione di potere mettere le mani sulla nomination vincendo il 4 marzo i delegati di Texas, Ohio e Rhode Island. E se non bastassero ad ipotecare la nomination ad aprile sono in palio i delegati della Pennsylvania.
In tutti gli Stati i sondaggi le danno ragione: Obama non l'ha ancora raggiunta, l'ex first lady resta per il momento saldamente in testa. Ma potrebbe essere solo una questione di tempo. E' la tattica che ha tentato sul fronte repubblicano l'ex sindaco di New York Rudy Giuliani, ha puntato tutto sulla Florida senza neppure far campagna elettorale sui primi stati delle primarie e gli avversari lo hanno messo fuori gioco.
Nelle primarie del Potomac Obama ha sorpassato Clinton non solo nel risultato finale: per lui hanno votato la maggioranza delle donne, comprese quelle bianche, e la maggioranza degli ispanici. Ha ottenuto la maggioranza dei voti dei pensionati, non solo quelli dei giovani. Ha insomma recuperato su tutte le fasce di elettori che fino ad oggi avevano preferito Clinton.
Gli analisti politici americani lo chiamano "momentum", l'onda del successo, che è una delle armi più affilate per arrivare alla nomination. Martedì prossimo ci saranno le primarie in Wisconsin, con Obama ancora una volta favorito, e i caucus alle Hawaii, dove il senatore afroamericano è nato. Clinton ha rinunciato persino a far campagna elettorale nei due Stati.
Da Madison in Wisconsin, Obama questa notte ha continuato a cavalcare il suo cavallo di battaglia: la voglia di cambiare degli americani, dopo otto anni di George W. Bush. "Abbiamo vinto a Washington - ha detto alla solita folla acclamante - e adesso la cambieremo". I numeri da soli potrebbero non bastare: se Obama vincesse tutti i match delle primarie che mancano, comunque, a meno di farlo con margini molto significativi, non arriverebbe ai 2025 delegati necessari per essere scelto come candidato alla presidenza.
E lo stesso vale per Clinton. Il duello potrebbe arrivare alla convention di Denver ed essere deciso dai cosiddetti superdelegati: dignitari del partito, governatori, deputati, senatori e in totale il 20 per cento del totale dei delegati. Sono circa 800, circa 200 sono già schierati con Clinton, un centinaio con Obama, gli altri per il momento sono indecisi. Sempre che non vengano ripescati i due stati "canaglia" di Michigan e Florida, esclusi per avere anticipato le primarie contro le indicazioni del partito. Clinton li ha vinti, ma nessuno dei suoi avversari ha partecipato alla corsa. Per l'ex first lady ieri oltre alle sconfitte è arrivato un nuovo scossone: Mike Henry il numero due del suo staff ha rassegnato le dimissioni, augurando ai compagni buona fortuna per le prossime "difficili settimane".
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