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Esteri

BALCANI

Anche l'Italia riconosce il Kosovo
Il Papa: "Prudenza e moderazione"

Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera. Prodi: "Una decisione che nulla toglie all'avvicinamento della Serbia alla Ue". E Benedetto XVI ,che ha ricevuto il nuovo ambasciatore della Serbia presso la Santa Sede, invita a "ricercare soluzioni che favoriscano il mutuo rispetto e la riconciliazione" Commenta

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festa per l'indipendenza del kosovo Roma, 21 febbraio 2008 - Senza sorprese, il Consiglio dei ministri dà il via libera al riconoscimento del Kosovo e subito dopo Belgrado annuncia il ritiro del suo ambasciatore da Roma. Il premier Romano Prodi e il ministro degli Esteri Massimo D'Alema confermano l'arcinota decisione politica dell'esecutivo in conferenza stampa a palazzo Chigi, al termine di "una lunga discussione che si è conclusa con l'approvazione del riconoscimento, salvo l'eccezione del ministro Ferrero", nelle parole dello stesso Prodi.

 

Quasi immediata la reazione della Serbia: il capo della diplomazia, Vuk Jeremic, richiama per consultazioni l'ambasciatore Sanda Raskovic-Ivic. Lei stessa consegnerà di persona una nota formale di protesta nei confronti dell'Italia, prima di fare rientro nel suo Paese entro domenica. Poco è valso che Prodi e D'Alema abbiano accostato al riconoscimento parole di "amicizia" nei confronti di Belgrado.

 

"La nostra scelta - ha spiegato il presidente del Consiglio - non toglie nulla alla Serbia". "Li abbiamo informati dettagliatamente delle ragioni che ci muovono, e del fatto che questa decisione non ha alcun contenuto di ostilità" ha aggiunto il vicepremier.

 

E in effetti, come ricorda D'Alema, in questi giorni non sono mancati i contatti a diversi livelli, fra Prodi e i vertici di Belgrado, fra il capo della diplomazia e l'ambasciatore, fra Napolitano e il collega Boris Tadic (a cui il capo dello Stato ha inviato una lettera "amichevole" soltanto ieri). Lo ripete ancora oggi D'Alema: "La presenza italiana nei Balcani è un fattore di equilibrio e garanzia per tutti". L'Italia continuerà a lavorare perché la Serbia, che è "un grande Paese, entri nell'Unione Europea", gli fa eco Prodi mentre al di là del Tevere, papa Benedetto invita serbi e kosovari ad "agire con prudenza e moderazione, cercando soluzioni che favoriscano rispetto reciproco e riconciliazione".

 

A questo punto, riconoscere la secessione della provincia a maggioranza albanese era inevitabile, è l'opinione largamente condivisa fra maggioranza e opposizione, se non si tiene conto della Lega e dell'Arcobaleno. A dettare la linea, oltre al forte senso di disciplina europeista, è l'impegno italiano sul terreno: oltre 2mila 600 militari con la K-For e 200 funzionari che stanno per partire nella missione civile dell'Ue. "Non mi sentirei di lasciarli in un Paese che non riconosciamo" diceva ieri D'Alema alle Commissioni esteri di Camera e Senato. "Se non riconoscessimo sollecitamente il Kosovo, questi uomini non avrebbero la necessaria copertura politica e diplomatica per operare sul terreno e interagire con le autorità di Pristina. Dovremmo ritirarli".

 

Una simile, drammatica decisione da parte di un governo dimissonario, a ridosso con la campagna elettorale, non smette di fare discutere. Ferrero la definisce uno "strappo", "una palese violazione del diritto internazionale". Bertinotti la giudica "una precipitazione sbagliata". "Questa decisione - afferma la terza carica dello Stato - avrebbe dovuto essere accompagnata da una maggiore criticità e da un tempo più lungo". D'Alema ammette in un'intervista all'Espresso che "fosse dipeso solo da noi, forse avremmo deciso una tempistica diversa". Ma "c'è stata un'accelerazione dovuta a molti fattori, ma non va dimenticato - ribadisce - che si tratta di una forma di indipendenza particolare sotto forte supervisione internazionale".

 

In queste ore il ministro degli Esteri conta molto su questa "supervisione" per la gestione della variabile sicurezza. Ieri valutava che "le turbolenze, anche quelle di ordine pubblico, non vanno sottovalutate ma non debbono neppure essere drammatizzate": in un territorio grande all'incirca quanto l'Umbria sono schierati migliaia e migliaia di peacekeeper, non si stanca di ripetere D'Alema. Lui, che quando era a palazzo Chigi appoggiò l'intervento internazionale nei Balcani e ora si trova fra le mani il riconoscimento del nuovo stato, come ultimo grande atto della sua politica estera. E le lancette che corrono verso il voto di aprile.

 

Lasciata Roma per Torino, dove lo premiano per la moratoria sulla pena di morte, D'Alema è già in campagna elettorale: "Un'autorevole europarlamentare, Borghezio, che è candidato a governare il Paese insieme al Popolo delle libertà, ieri ha dichiarato: 'Che bello, adesso possiamo fare la Padania'. Devo domandare all'onorevole Berlusconi - dice - come può pensare, con il premio di maggioranza, di portare in parlamento una sessantina di Borghezio; devo domandargli come può pensare di governare l'Italia con una forza che ama talmente poco il nostro Paese che se ne vuole separare". Parla con la stessa voce di Veltroni: "Voglio sapere - afferma il leader del Pd - cosa farebbe un governo con dentro la Lega e la destra", dopo che sul Kosovo "tra Forza Italia e la Lega ci sono state queste divisioni".

 

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