New York, 5 marzo 2008 - Tre volte nella polvere e tre volte sull'altare. L'ex first lady democratica Hillary Clinton è tornata alla vittoria in Ohio, in Texas e Rhode Island dopo un mese di sconfitte consecutive, undici, nella corsa per la nomination del partito.
E la corsa democratica continua - proprio nella notte in cui il senatore repubblicano John McCain conquista definitivamente la nomination del suo partito per la Casa Bianca.
Clinton era data per sconfitta da molti addetti ai lavori, in svantaggio nel computo dei delegati, in difficoltà nell'arginare l'ondata di entusiasmo che circonda la candidatura del suo avversario Barack Obama. Ma come aveva già fatto in New Hampshire, e nel 'super martedì' del 5 febbraio, the "comeback kid" ha di nuovo dimostrato le sue capacità di recupero. Altro che ritirarsi dalla corsa: "Andiamo avanti - ha detto festeggiando sotto una pioggia di coriandoli a Columbus, in Ohio - andiamo forte e arriveremo fino in fondo".
La vittoria, l'ha dedicata a "tutti coloro che vengono dati per spacciati e invece non lo sono, a tutti coloro che sono caduti e si sono rialzati, a chi è stato in difficoltà ma si è ripreso". E insiste: "Nessun candidato, democratico o repubblicano, è arrivato alla Casa Bianca senza vincere le primarie in Ohio. Se vogliamo un presidente democratico, deve essere in grado di vincere negli Stati contesi".
Ai sorrisi della "grande notte" di Clinton ha fatto eco, da San Antonio, in Texas, il viso accigliato di Obama, secondo il quale, "al termine dello spoglio, comunque vadano le cose, le cose non cambiano: il vantaggio nel computo dei delegati resta lo stesso" e la vittoria della nomination non si discute. Il senatore di Chicago ha parlato senza sapere di avere perso anche il Texas.
Dalla sua però ha l'aritmetica: il complesso meccanismo del partito assegna i delegati con sistema proporzionale e a meno di vittorie schiaccianti (come quelle di Obama nelle ultime undici primarie) la posta in gioco viene spartita dai candidati in parti quasi eguali.
Ma simbolicamente la vittoria di Clinton è di importanza cruciale (e ben l'aveva detto suo marito Bill, insistendo che le era necessaria portare a casa sia Ohio che Texas). La marcia del movimento di rinnovamento creato da Obama dal nulla è stato fermata. Sorridente e radiosa, con un tailleur rosso fuoco, Clinton non ha usato toni negativi. Ma il risultato in Texas e in Ohio è frutto di una campagna elettorale durissima, fatta di colpi bassi e spot al veleno. L'ex first lady è riuscita a instillare negli elettori il sospetto che Obama, nonostante il suo carisma, non sia ancora pronto per la presidenza.
Ora Obama resta in testa, e continuerà ad essere un bersaglio. Ha vinto 12 degli ultimi 15 confronti, sabato si vota in Wyoming e martedì prossimo in Mississippi. Alla vigilia si tratta di due Stati favorevoli ad Obama. Quindi una lunga pausa, oltre un mese in vista delle importanti primarie della Pennsylvania. Quel che è sicuro è che la campagna elettorale democratica continua, con il rischio di lacerazioni interne al partito,
E invece è finita la corsa repubblicana con la vittoria definitiva del senatore dell'Arizona John McCain, il nuovo leader del partito del presidente George W. Bush, un veterano della guerra in Vietnam ma anche della politica di Washington.
Anche la campagna di McCain, un sostenitore strenuo dell'impopolarissima guerra in Iraq, era stata data per chiusa e archiviata, alla vigilia delle primarie del New Hampshire. A metà del 2007, le speranze di vittoria apparivano una chimera e le difficoltà finanziarie insormontabili. Ma in queste elezioni nulla è scritto nella pietra. Alla fine dell'anno scorso è cominciata la sua rimonta, culminata nelle vittorie del "super tuesday", il 5 febbraio, che gli avevano dato un vantaggio incolmabile.
Se fosse eletto, McCain sarebbe il presidente più anziano della storia degli Stati Uniti, strappando il primato a Ronald Reagan che aveva 69 anni quando fu eletto per il suo primo mandato nel 1980.
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