Pechino, 22 marzo 2008 - Sono 22 le persone rimaste uccise nelle violenze scoppiate la scorsa settimana a Lhasa, capitale del Tibet, stando all'ultimo bilancio diffuso oggi dall'agenzia di stampa cinese Xinhua. Per il governo tibetano in esilio, il bilancio delle vittime è invece di 99 morti, di cui 80 a Lhasa e 19 nella provincia cinese di Gansu.
Oggi, alcuni negozi di Lhasa hanno deciso di riaprire, anche se rimane pesante il presidio delle forze militari cinesi, stando a quanto riferito da alcuni residenti raggiunti via telefono. Il Potala Palace, la tradizionale sede del governo tibetano, e il Tempio Jokang, sito frequentato da turisti e fedeli buddisti, sono ancora chiusi.
"Nelle strade ci sono pattuglie della polizia del popolo 24 ore su 24", ha detto sotto anonimato un dipendente dell'albergo Shambala.
Oggi, il Quotidiano del popolo, giornale ufficiale del partito comunista cinese, ha pubblicato un editoriale in cui si chiede alle autorità cinesi di "schiacciare con risolutezza" le forze "della cospirazione per un 'Tibet indipendente'".
Nell'articolo viene quindi rilanciata l'accusa al Dalai Lama di aver istigato i disordini.
A Dharmasala, nel nord dell'India, circa 500 manifestanti hanno manifestato per esprimere il proprio sostegno al Dalai Lama e protestare contro la repressione cinese in Tibet. Dharmsala è la sede del governo tibetano in esilio e la residenza del Dalai Lama. I manifestanti, tra cui molti imprenditori, hanno sventolato bandiere tibetane e indiane, urlando slogan come "Lunga vita al Dalai Lama" e "Tibetani, continuate a lottare".
Forti piogge e raffiche di vento hanno messo in ginocchio il sud del Paese. In difficoltà una petroliera al largo dell'isola di Wight. Chiuso il porto di Dover.