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LA FEROCE REPRESSIONE DEL REGIME COMUNISTA CINESE

I monaci di Lhasa in lacrime: "Il Tibet non è libero"

Al vertice dei ministri degli Esteri in Slovenia, il Tibet rischia di diventare il pomo della discordia. Sarkozy e diversi leader dei paesi ex comunisti premono per non partecipare ai Giochi

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Un manifestante Roma, 27 marzo 2008 - Sulla questione tibetana, la posizione ufficiale dell'Unione europea è nota da tempo: niente boicottaggio né dei Giochi Olimpici di Pechino, né della cerimonia inaugurale. Ma la pressione mediatica aumenta, il tema diviene sempre più sensibile e questo fine settimana, al vertice dei ministri degli Esteri in Slovenia, il Tibet da argomento ai margini dell'agenda rischia di diventare piatto principale. E l'Unione rischia - di nuovo - di prestare il fianco alle critiche di chi sostiene che la politica estera comune è un'utopia.


Diversi leader dei paesi ex comunisti hanno annunciato l'intenzione di non andare a Pechino. Come il premier polacco Donald Tusk: "Non vogliamo primati, ma già alcuni giorni fa dissi che la presenza di leader politici all'inaugurazione dei Giochi non mi sembra opportuna" ha detto oggi. Il presidente estone Toomas Hendrik Ilves ha promesso la sua assenza e anche il presidente ceco, Vaclav Klaus, ha annunciato ieri che non ci sarà: privatamente però, sul suo sito web, e senza citare il Tibet.

La tigre nei paesi 'dell'Ovest' viene cavalcata soprattutto dal presidente francese, Nicolas Sarkozy, che si sente in posizione particolarmente visibile dato che a luglio, ci sarà proprio lui alla presidenza dell'Unione. Due giorni fa Sarkozy non aveva escluso il boicottaggio della cerimonia. Oggi, da Londra, ha ribadito "Mi riservo il diritto di decidere se partecipare alla cerimonia d'apertura". Aggiungendo, in seconda battuta, che "consulterà gli alleati europei per conoscere la loro posizione".

Al suo fianco, però, il primo ministro britannico Gordon Brown, con cui pure fila d'amore e d'accordo in questi giorni, ha sottolineato recisamente: "La Gran Bretagna parteciperà alla cerimonia di apertura".

 

Così come i ministri degli Esteri di Cipro e Danimarca, oggi in conferenza stampa: "Anche il Dalai Lama è contro il boicottaggio" ha sottolineato il danese Per Stig Moeller... Perché essere più realista del re? Mentre il cipriota Markos Kyprianou ha ribadito, "i Giochi olimpici devono restare fuori dalla politica".

C'è di più: se assegnare i Giochi a Pechino è stata una decisione mirata a spingere la Cina verso una politica di apertura, la coerenza vuole che si vada fino in fondo. Magari sottolineando gli sforzi che il regime sta compiendo in questi giorni (come il tour ipersorvegliato dei giornalisti stranieri che da ieri possono finalmente entrare in Tibet).

"Se noi cancellassimo le Olimpiadi correremmo soltanto il rischio in questo momento di fare tornare in ombra la situazione della Cina" aveva detto giorni fa Massimo D'Alema. Semmai, ha suggerito ieri, un "grande messaggio politico" sarebbe invitare a Bruxelles il Dalai Lama. E per il resto, il ministro degli Esteri ha lanciato un implicito invito ad evitare proclami: "Vogliamo discutere insieme iniziative più efficaci, e non partecipare alla rincorsa degli annunci che rischia di produrre effetti diversi da quello che ci proponiamo, ossia che si fermi la logica della repressione e cominci il dialogo". 

 

TIBET/ I MONACI IRROMPONO DURANTE LA VISITA DEI GIORNALISTI, IMBARAZZO CINA

 

Al grido di "Il Tibet non è libero!", un gruppo di circa 30 monaci tibetani ha interrotto una visita organizzata dal governo cinese per la stampa estera a Jokhang, uno dei più famosi templi buddisti di Lhasa. Fra di loro c'era anche Charles Hutzler, capo redattore dell'ufficio di Pechino dell'Associated Press.

L'azione di disturbo è di un certo imbarazzo per la Cina che ha organizzato la visita per mostrare ai media stranieri che a Lhasa è tornata la calma. I monaci hanno urlato inoltre che il Dalai Lama non era responsabile dei recenti scontri avvenuti nella capitale tibetana e nel corso dei quali numerosi negozi cinesi sono stati dati alle fiamme e danneggiati.

Un portavoce del ministero dell'Interno ha ribadito più tardi che i tibetani godono di pieni diritti e ha ammonito l'Europa a non interferire. Allo stesso tempo il Dalai Lama, il leader spirituale dei tibetani, ha affermato di essere in contatto con "amici" nel tentativo di avviare un dialogo con la Cina, aggiungendo che le autorità cinesi "devono accettare la realtà".

Pechino ha organizzato la visita guidata a Lhasa, iniziata ieri, per i giornalisti stranieri per mostrare che la calma e l'ordine erano tornati dopo le violenze di metà marzo e la dura repressione del governo, che ha scatenato un'ondata di polemiche sull'opportunità di boicottare o meno le Olimpiadi di agosto.

"Tibet is not free! Tibet is not free!", ha gridato uno dei trenta monaci e poi ha iniziato a piangere. Gli accompagnatori hanno invitato i giornalisti ad andarsene e hanno cercato di allontanarli durante la protesta dei bonzi vestiti di arancione.

"Vogliono che schiacciamo il Dalai Lama e questo non è giusto", ha denunciato un monaco, durante la protesta durata 15 minuti.

"Questo non ha niente a che vedere con il Dalai Lama", ha aggiunto un altro. Subito dopo la protesta l'area attorno al tempio è stata circondata dalle forze dell'ordine in tenuta antisommossa, e molti negozi sono stati chiusi.

L'irruzione dei monaci è avvenuta dopo una serie di eventi accuratamente organizzati dalle autorità cinesi, secondo il corrispondente dell'Ap. I giornalisti avevano già visitato una clinica medica che era stata attaccata ed un negozio di abbigliamento dove cinque bambine erano rimaste intrappolate e sono morte tra le fiamme. I giornalisti sono stati condotti in posti "pubblicizzati" dalle tv di Stato, come zone attaccate dai manifestanti più violenti. Ma sono stati tenuti lontano da alcuni "punti caldi", come il monastero di Ramoche, dove le violenze erano scoppiate il 14 marzo.

I monaci, che hanno iniziato parlando in tibetano e poi sono passati al mandarino, hanno detto di essere consapevoli del fatto che verranno probabilmente arrestati per la loro azione. In giornata, tuttavia, il vice-governatore del Tibet ha promesso che i monaci di Jokhang non verranno puniti per la loro protesta. Le televisioni di Stato hanno mostrato la visita dei reporter nel notiziario serale, ma della protesta al tempio Jokhang nessuna menzione. L'agenzia cinese Xinhua ha riportato i fatti, aggiungendo che "la visita dei giornalisti è ripresa subito".

Negli scontri scoppiati il 14 marzo a Lhasa sono morte secondo il governo cinese 22 persone, mentre secondo il governo tibetano in esilio le vittime delle violenze sarebbero almeno 140.

 









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