Hu Jintao attacca il Dalai Lama e lo accusa di "istigazione alla violenza" e di "sabotaggio dei Giochi olimpici". Intanto a Delhi continuano le manifestazioni Commenta
Sanya (Cina), 12 aprile 2008 - Il presidente della Cina, Hu Jintao, ha definito oggi le recenti tensioni in Tibet "una questione del tutto interna" della Repubblica popolare.
Secondo l'agenzia ufficiale Xinhua, è la prima volta che il leader cinese interviene sull'argomento dopo i disordini nel capoluogo tibetano Lhasa del mese scorso e la successiva repressione ordinata dalle autorità di Pechino.
"Il nostro conflitto con il Dalai Lama - ha dichiarato Hu, che ricopre anche la carica di segretario generale del Partito comunista - non rappresenta un problema di carattere etnico, né un problema religioso o di diritti umani". "E' - ha concluso il numero uno cinese - una questione di salvaguardia dell'unità nazionale o di frantumazione della patria".
Le dichiarazioni di Hu appaiono in linea con la posizione tradizionale dei vertici della Repubblica popolare. Occupato dall'esercito di Mao Tse-Dong nel 1950, il Tibet gode almeno formalmente di uno status di autonomia. I vertici della Repubblica popolare accusano il Dalai Lama, leader spirituale della regione, di aver organizzato i disordini del mese scorso con l'obiettivo di screditare Pechino e favorire un progetto di tipo separatista.
Torna a ribadire le critiche e le accuse al Dalai Lama lo stesso presidente Hu Jintao, secondo il quale il leader spirituale tibetano è colpevole di "istigazione alla violenza" e di tentativo di "sabotaggio dei Giochi olimpici".
Incontrando il premier australiano Kevin Rudd a Hainan, nel sud della Cina, Hu ha addossato al Dalai Lama la responsabilità della mancanza di contatti tra le parti: "Gli ostacoli ai contatti ed ai colloqui non stanno dalla nostra parte, ma dalla parte del Dalai Lama", ha dichiarato.
Quanto a Pechino, ha sottolineato, attende che il Dalai Lama rinunci alla sua lotta per l'indipendenza del Tibet e alla violenza per poter riprendere i contatti. "Nel momento in cui il Dalai Lama fermerà le sue attività volte a dividere la patria, rinuncerà ai complotti ed alle istigazioni alla violenza, e fermerà le attività di sabotaggio dei Giochi Olimpici, saremo pronti a far proseguire i contatti con lui".
MANIFESTAZIONI IN INDIA
Intanto a Delhi, come avviene ormai da un mese, hanno manifestato oltre un migliaio di tibetani contro l'occupazione cinese. I manifestanti scendono in piazza per chiedere il rispetto dei diritti civili in Tibet e l'autonomia dalla Cina.
Il governo indiano ha circondato l'area dove sorge l'ambasciata cinese con barriere, filo spinato e cavalli di frisia, dopo che tre settimane fa alcuni manifestanti erano riusciti ad entrare nel compound dell'ambasciata e ammainare la bandiera rossa. Il governo di Delhi concede la possibilità ai tibetani di manifestare, ma sono nella zona dell'osservatorio astronomico, lontano dall'ambasciata cinese.
Ieri Delhi ha detto a Pechino che il governo indiano non vieterà nessuna manifestazione di protesta tibetana, richiesta esplicitamente fatta dalla Cina all'India, e che invece è stata accolta dal governo del West Bengala. Lo stato con capitale Calcutta, da oltre 25 anni governato dal partito comunista molto vicino a posizioni cinesi, ha vietato qualsiasi manifestazione di protesta contro Pechino, ma nonostante ciò in questi giorni una media di 500 manifestanti al giorno sono scesi per strada in favore della causa tibetana.
Forti piogge e raffiche di vento hanno messo in ginocchio il sud del Paese. In difficoltà una petroliera al largo dell'isola di Wight. Chiuso il porto di Dover.