La bambina, denuncia l'Unicef, ha supplicato fino alla fine perché le fosse risparmiata la vita ma i giudici della Corte islamica non hanno sentito ragioni
Roma, 5 novembre 2008 - Ha supplicato fino alla fine, Aisha, con la voglia di vivere dei suoi 13 anni e la rabbia per la doppia ingiustizia subita, ma non c'è stato nulla da fare: doveva andare a morte, la sentenza della Corte islamica non ammette perdono. Così una cinquantina di uomini l'ha presa a sassate nel vecchio stadio di Chisimaio, di fronte a 5 mila persone fatte convenire dalla milizia islamica
Aisha, 13 anni, è stata uccisa il 27 ottobre con il barbaro rito della lapidazione. Finora si pensava che di anni ne avesse 23, ma non cambia molto. Doveva scontare così, con la morte, la "colpa" di essere stata violentata.
Un omicidio bollato oggi dall’Unicef come “tragico e deplorevole”, sottolineando come “una bambina abbia subito un duplice abuso, prima da parte di quelli che l’hanno stuprata e poi da quelli responsabili dell’amministrazione della giustizia”.