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LA TEMPESTA ECONOMICA

Usa, il governo salva Citigroup
Un colosso che non poteva fallire

Varato il piano: garanzie per oltre 300 miliardi, iniezione di liquidità da 20. Il titolo, che nell’agosto 2000 valeva 57,50 dollari è sceso a 3,7 dollari, crollando dell’87% dall’inizio dell’anno

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Citigroup (foto Ap/Lapresse, Jin Lee) Roma, 24 novembre 2008 - Citigroup è uno dei pilastri su cui si regge il grattacielo della finanza Usa. Presente in 106 paesi, conta 300 mila dipendenti e oltre 200 milioni di clienti. È un colosso troppo grande e troppo globalizzato per lasciarlo fallire. Per questo, il governo Usa è corso ai ripari, varando un piano che prevede garanzie per oltre 300 miliardi di dollari e un’iniezione di liquidità da 20 miliardi di dollari, che fa seguito a quella da 25 miliardi di dollari già decisa tempo fa. Il piano di salvataggio di Citigroup somiglia a quello predisposto per Aig, il gigante delle assicurazioni Usa, anch’esso troppo grande e troppo ramificato a livello mondiale per essere lasciato da solo in balia della crisi finanziaria.

 

Fino a quelche tempo fa Citi, insieme a Bank of America e JP Morgan sembrava uno dei punti di forza del sistema finanziario Usa. Tutte e tre sono infatti banche retail e possono contare su una vasta massa di depositi e di sportelli che pareva renderle invulnerabili alla crisi dei mutui, controbilanciando coi depositi le perdite legate alla finanza strutturata. Mentre le banche d’affari come Lehman crollavano oppure (è il caso di Goldman e Merrill Lynch) si trasformavano in banche ordinarie, Citi, BoA e Morgan si espandevano.

 

Poi però Citigroup ha cominciato a scricchiolare. Negli ultimi 4 trimestri ha accusato perdite per 20 miliardi di dollari e ha proceduto a ricapitalizzazioni per 50 miliardi di dollari. Il titolo, che nell’agosto 2000 valeva 57,50 dollari è sceso a 3,7 dollari, crollando dell’87% dall’inizio dell’anno. La sua capitalizzazione di borsa, da quasi 300 miliardi di dollari a fine 2007, è scesa a 20 miliardi di dollari. Inoltre il gruppo ha perso la corsa per acquistare Wachovia, soffiatagli da Wells Fargo e recentemente l’amministratore delegato, Vikram Pandit, succeduto al mitico Chuck Price, travolto dalla crisi dei subprime, ha annunciato un drastico taglio di 50 mila posti.

 

Pandit è stato chiamato alla testa di Citi per procedere ad un radicale ripulisti dei suoi bilanci. Di origini indiane, Pandit è considerato un banchiere prudente, calcolatore, tutto il contrario dello spericolato Prince. Lui stesso ha confessato di essersi sentito spesso frustrato, dovendo guidare un bolide come Citigroup: "In questi mercati bisogna decidere in fretta e io ho dovuto modificare molto il mio istinto". Pandit è riuscito a strappare agli azionisti di Citi un mega-aumento di capitale da 50 miliardi di dollari, a condizioni molto più vantaggiose rispetto a quelli varati da altre banche Usa.

 

Questi soldi sono stati in gran parte destinati al riciclaggio dei cosiddetti titoli tossici, quelli ad alto rischio, il cui valore è stato praticato azzerato dalla crisi dei mutui e che pesavano nella pancia della banca. Ma l’operazione non è bastata ad allontanare dalla banca lo spettro del fallimento.

Fonte Agi










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