L'autore della sparatoria è stato colpito da una delle guardie di sicurezza, portato in ospedale e arrestato. Le autorità di polizia hanno controllato accuratamente il museo, per fugare qualsiasi dubbio sulla presenza eventuale di una bomba
Roma, 10 giugno 2009 - A tremare non sono solo le comunità ebraiche, ma l’America intera. Tornano la paura del razzismo e delle sue conseguenze: questo, proprio sotto la presidenza di Barack Obama, primo inquilino afroamericano della Casa Bianca, che si dice “rattristato” della ferita inferta alla città da cui governa il paese intero.
Ferita che, oltre a fare una vittima, una guardia di 39 anni colpita dall’aggressore,ha colpito una delle istituzioni che più di tutte si fanno portatrici della memoria delle atroci nefandezze compiute dal razzismo: l’istituto è il museo dell’Olocausto, che venne aperto nel 1993, e che si trova per l’appunto a Washington, vicino al National Mall e al fiume Potomac. Meta ogni anno di 1,7 milioni di visitatori, il noto museo è stato il bersaglio prescelto di un uomo 89enne, forte sostenitore, così come recita il suo stesso sito, della supremazia della razza bianca. E chiaro antisemita, che da anni porta avanti la propria battaglia mediatica contro gli ebrei.
Oggi James W Von Brunn, questo il suo nome, ha però trasformato quella battaglia da mediatica in reale, entrando nel museo con un’arma descritta come “pistola a canna lunga” e iniziando a sparare; colpita una guardia di sicurezza, poi deceduta. A essere colpito, da una seconda guardia di sicurezza, è stato però lo stesso Von Brunn che secondo il sindaco di Washington si trova “in condizioni critiche”, ricoverato nello stesso ospedale, il George Washington, in cui si trovava la sua vittima.
“Kill the Best Gentiles”, ovvero “Uccidete i migliori gentili” (come gli ebrei definivano i non-ebrei). Von Brunn, di origine tedesca - sembra che la sua famiglia abbia lasciato la Germania per gli Stati Uniti nel 1845 - ha scritto anche un libro per esprimere chiaramente il proprio credo. Un credo che non lascia spazio a dubbi, visto che nel libro l’uomo ha avanzato la tesi del complotto degli ebrei, volto a distruggere i geni della razza bianca.
L’aggressore ha già avuto problemi con la giustizia. Precisamente, nel 1981, quando tentò di “arrestare” in via forzata i membri del board della Federal Reserve, la banca centrale americana. Von Brunn venne riconosciuto colpevole e fu costretto a trascorrere sei anni in una prigione federale.
Un’esperienza, quella, che non avrebbe fatto altro che acuire il suo profondo odio contro le minoranze etniche, visto che si è sempre considerato una vittima di un sistema giudiziario gestito da ebrei e afroamericani. L’uomo ha anche dichiarato che “gli ebrei controllano importanti fonti di informazioni”. Von Brunn è un veterano della Seconda Guerra mondiale ed è iscritto all’associazione Mensa, che raccoglie persone con alto quoziente intellettivo.
Con questo background, non stupisce di sapere che il suo nome è collegato a quello di diversi gruppi che propongono il principio della supremazia della razza bianca. Ma la possibilità che un uomo armato possa aprire il fuoco senza grandi ostacoli colpisce con un forte brivido gli americani.
Andrian Fenty, sindaco di Washington, ha invitato alla calma, parlando di un “episodio estremamente isolato”. Ma poi si pensa anche all’omicidio recente del medico abortista George Tiller freddato a colpi d’arma da fuoco all’interno di una chiesa a Wichita, in Kansas, lo scorso 31 maggio. E si parla del susseguirsi di episodi di grande violenza, che arrivano da gruppi estremamente conservatori.
Sconvolta in tutto questo la città di Washington. Le autorità di polizia hanno controllato accuratamente il museo, per fugare qualsiasi dubbio sulla presenza eventuale di una bomba.
Controllata anche la macchina di Von Brunn, per paura che possa contenere esplosivi. E sono ancora spaventati i bambini che al momento della sparatoria si trovavano nel museo, e che hanno sentito qualcosa come cinque colpi di pistola.
Intanto diversi analisti fanno anche notare la triste ironia del caso: come soldato ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, l’aggressore combattè contro l’ideologia del nazismo. Ideologia che poi, però, ha evidentemente deciso di sposare.