Il figlio di bin Laden vuole lavorare all'Onu per la pace nel mondo
A un mese dall’uscita del suo libro di memorie, Omar, quarto dei 19 figli di Osama, ha dichiarato: "Vorrei trovarmi nella posizione di promuovere la pace, credo che le Nazioni Unite sarebbero per me l’ideale"

Londra, 19 novembre 2009 - In un'intervista al quotidiano britannico " The new statesman", Omar bin Laden, il figlio non violento del leader di al Qaeda, rivela che vorrebbe lavorare all’Onu per poter "promuovere la pace". A un mese dall’uscita del suo libro di memorie, Omar ha raccontato il suo "appassionato desiderio di fermare la violenza".
"Non credo che sarei un buon politico- ha dichiarato il quarto dei 19 figli di Osama bin Laden- io ho l’abitudine di dire la verità anche se non va a mio vantaggio. Ma vorrei trovarmi nella posizione di promuovere la pace, credo che le Nazioni Unite sarebbero per me l’ideale".
Omar, che nel 2007 ha sposato una donna inglese, si è più volte distanziato pubblicamente dal padre con il quale ha detto di aver rotto definitivamente nell’aprile 2001. "Non mi ha mai chiesto di entrare in al Qaeda, ma mi aveva detto che ero il figlio prescelto per continuare il suo lavoro. Rimase deluso quando risposi che non ero adatto a quella vita. Non amo i disaccordi e la violenza", ha detto al giornale britannico.
Nel suo libro "Growing up bin Laden , Osama wife and son take us inside their secret world" (crescere da Bin Laden, il figlio e la moglie di Osama ci conducono nel loro mondo segreto), scritto assieme alla madre Najwa e la giornalista Jean Sasson, il giovane Bin Laden racconta il suo 11 settembre. "Dormivo profondamente, quando mio zio mi svegliò gridando: ‘guarda cosa ha fatto tuo padre!’. Andai in salotto e la famiglia era seduta davanti alla televisione. Scoprii che l’America era sotto attacco. Fu un giorno molto triste".
Omar non è tuttavia convinto che il padre, malgrado l’abbia rivendicato, sia colpevole degli attentati dell’11 settembre. "Non ho mai pensato che mio padre fosse responsabile di un tale massacro. Era una cosa troppo grossa per la sua piccola organizzazione", si legge nel libro. Ma Omar spiega anche che nella sua famiglia non se ne parla mai: "È un argomento troppo doloroso. Siamo rimasti tutti così scioccati dalla sofferenza di quella gente che, dopo quella mattina, nessuno di noi ha mai più avuto una conversazione in proposito".
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