Obama e il ritiro Usa dall'Iraq: "C'è ancora molto da fare"
Toni sobri in tv per dichiarare la fine del conflitto. Prima del discorso una telefonata Bush. E nelle sue memorie Tony Blair chiede 'disperatamente scusa' per le vittime
NEW YORK, 1 settembre 2010 - Dopo sette anni di guerra, migliaia di soldati morti e 802 miliardi di dollari spesi, nessuna traccia di armi di distruzione di massa, e Bin Laden ancora libero, Barack Obama annuncia con un solenne discorso alla nazione che «le operazioni di combattimento in Iraq sono terminate». Ma poche ore prima, davanti ai soldati in Texas, aveva anticipato: «Il mio discorso non sarà una proclamazione di vittoria, non sarà un discorso di auto congratulazioni. C’è ancora molto da fare, dobbiamo ancora lavorare molto in Iraq per fare in modo che questo paese diventi un vero partner degli Usa. Abbiamo lavorato troppo duramente per fare passi indietro». «Gli Stati Uniti - ha detto Obama - hanno pagato un prezzo enorme per porre il futuro dell’Iraq nelle mani del suo popolo».
Da Bagdad il premier Al Maliki, pur incapace di formare un nuovo governo di coalizione dopo il voto, risponde: «Da oggi l’Iraq è sovrano e indipendente. Le nostre forze di sicurezza prenderanno la guida per garantire il Paese respingendo ogni minaccia».Tutti sanno comunque che non è finita e che i 50mila soldati del Pentagono, rimasti come addestratori, potrebbero correre forti rischi prima dell’uscita definitiva nel 2011.
Obama è volato nell’enorme base di Fort Bliss, che ha perso 570 uomini nei combattimenti, ringraziando i soldati per il servizio reso al Paese. Sull’Air Force One ha telefonato al suo predecessore, Bush, ma non ci sono dettagli sulla conversazione. Poi il presidente, guardando in faccia i militari americani, non ha mai detto che la guerra è stata vinta o che si è trattato di una mission accomplished, come aveva annunciato precipitosamente proprio Bush nel 2004 senza capire che il conflitto avrebbe fatto da quel giorno altri 4mila morti e prosciugato le casse americane. Obama ha solo ripetuto che sono stati fatti progressi sul piano della sicurezza, che occorreva passare il testimone e chiudere il conflitto come promesso in campagna elettorale.
In realtà per le truppe Usa si tratta di una «exit» ma senza «strategy». Di un ritiro dettato dal bisogno e dalla consapevolezza che quella guerra, così come quella in in Afghanistan, non si sarebbe mai potuta vincere militarmente, ma soltanto con la collaborazione di una popolazione pronta alla riconciliazione nazionale nonostante le differenze e rivalità etniche fortissime. La priorità di Obama diventa adesso la formazione del nuovo governo che dovrebbe essere « una coalizione di partiti» che superi le tensioni interconfessionali e che sia in grado di continuare a combattere Al Qaeda. I repubblicani hanno accusato Obama di avere sempre criticato la strategia di Bush dell’incremento delle truppe solo per poi prendersi il merito quando la iniziativa ha funzionato.
Intanto anche Tony Blair prende le distanze dalla guerra in Iraq. Nelle sue attesissime memorie l’ex premier inglese chiede «disperatamente scusa» per le vittime della guerra.
di Giampaolo Pioli
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